Lunedì 10 Agosto 2020

Recensione

I nuovi mostri: "Gli infedeli"

Gli uomini del film incarnano il peggio del peggio, si nutrono di luoghi comuni sul femminile, ossessioni erotiche, debolezze caratteriali e misoginia

I nuovi mostri: "Gli infedeli"

CINEMA - Cinici, infingardi, bugiardi, serenamente egoisti, soprattutto traditori: sono gli uomini - mariti, per la maggior parte, ma anche single in cerca d’avventura - raccontati dal regista Stefano Mordini (video maker, documentarista e autore, tra gli altri lungometraggi, di Provincia meccanica, suo film d’esordio in concorso al festival di Berlino nel 2005 e di Acciaio, tratto dal romanzo di Silvia Avallone e presentato alla Mostra del cinema di Venezia nel 2012) in Gli infedeli, che nei giorni scorsi ha raggiunto il podio ideale come pellicola più vista su Netflix.

Interrogato per il blog di “Repubblica” sul raggiunto traguardo, non trascurabile in questo periodo di forzata inattività delle sale cinematografiche, Mordini ricostruisce la nascita del film: «È fantastico, non avendo il confronto con la sala è importante sapere che è stato visto da tanti utenti. (Riccardo Scamarcio, N.d.A.) ci ha proposto di girarlo, abbiamo iniziato a lavorare all’idea, cambiando molte delle storie del film francese, sono rimasti solo due episodi, la crisi di coppia con tradimento iniziale con Mastandrea e Valentina Cervi e il conquistatore fallito alla convention di Riccardo Scamarcio. Abbiamo riscritto gli altri, molte storie sul tema e poi abbiamo scelto quelle migliori per raccontare l’immagine del maschio italiano, si sono aggiunti quelli sulla falsità maschile alla Dino Risi con Scamarcio e quella del “buco” con Valerio Mastandrea. Ma se ci pensiamo anche la convention francese si era ispirata alla nostra tradizione di commedia all’italiana, all’episodio I complessi con Nino Manfredi».

Con una struttura a episodi, Gli infedeli è liberamente tratto dall’omonimo film francese - Les infidèles - diretto nel 2012 composto da sette differenti registi, tra cui Emmanuelle Bercot, Jean Dujardin e Gilles Lellouche. La pellicola di Mordini, invece - messa in cantiere grazie all’intervento di Scamarcio, che ne ha acquistato i diritti - è composta di quattro episodi, più un prologo e un epilogo.

Come sottolinea il regista, se la versione italiana tenta di discostarsi piuttosto nettamente dall’originale francese, allontanandosi da una comicità farsesca costruita sulle gag, è anche vero che l’omaggio alla commedia all’italiana dei Risi e dei Monicelli risulta ben delineato: pensiamo, in particolare, all’episodio Una giornata decisiva - per la regia di Dino Risi - del film I complessi (1965), a I mostri (1963), sempre di Risi, e I nuovi mostri (1977), diretto dalla triade Monicelli, Risi, Scola. Oltre che - per stessa ammissione del regista - all’episodio Motrice mia! di Vedo nudo di Risi (1969) e a Mariti di John Cassavetes (1970) per quanto riguarda l’epilogo.

E gli uomini del film? Incarnano il peggio del peggio: dal personaggio interpretato da Massimiliano Gallo nell’incipit, a quelli incarnati da Valerio Mastandrea (dapprima in coppia con Valentina Cervi, poi con Marina Foïs) e Riccardo Scamarcio (marito bugiardo e ingannevole in due episodi, improbabile seduttore occasionale, privo di ogni mordente e personalità, in un terzo), si nutrono di luoghi comuni sul femminile, ossessioni erotiche, debolezze caratteriali e misoginia.

Sono essi stessi sterotipi - come già nella commedia all’italiana degli anni Sessanta, soltanto in una versione aggiornata ai nostri tempi - di un universo maschile in sempiterna rotta di collisione con un’altra metà del cielo popolata da donne ansiose sino a sfiorare l’isteria, insoddisfatte, deluse, a volte immature come i loro paralleli maschili, a volte intelligenti e astute giocatrici di una partita di coppia di cui conoscono insidie e limiti.

Tutti bravi e perfettamente in parte gli attori e le attrici protagonisti (citiamo anche, a questo proposito, Euridice Axen e Laura Chiatti più matura del solito, vagamente emula di Monica Vitti): «Si sono messi in gioco - ricorda Mordini nell’intervista a “Repubblica” - e al di là della scrittura nella commedia all’italiana gli attori devono assumersi la responsabilità totale del mettere in scena. Sono loro che portano il personaggio a poter avere libertà che sono certe antipatie umorali, sguardi, ancor più che in un film drammatico».

Conclude il regista, a proposito di questo sguardo desolato, dissacrante e pessimista sul tema delle relazioni a due: «[…] Il racconto che si faceva negli anni Sessanta sul maschio lo ritroviamo in quegli atteggiamenti guardando la società di oggi. Dipende che punto di vista si vuole raccontare. Negli anni Sessanta si era molto cinici e lo si può essere anche oggi, si può invece guardare anche con un po’ di benevolenza vista la miseria che certi atteggiamenti nascondono. […] Abbiamo iniziato facendo una riflessione attraverso storie che ci hanno attraversato, o che abbiamo sentito raccontare e abbiamo declinato le nostre personali, trasformandole, esagerandole. […] Abbiamo utilizzato la forma degli episodi che negli anni Sessanta si usavano nelle commedie per raccontare la società: c’è del nero dentro, non solo la spensieratezza».

Gli infedeli
Regia: Stefano Mordini
Origine: Italia, 2020, 88’
Sceneggiatura: Stefano Mordini, Riccardo Scamarcio

Cast: Massimiliano Gallo, Valerio Mastandrea, Riccardo Scamarcio, Euridice Axen, Valentina Cervi, Laura Chiatti, Marina Foïs

Fotografia: Luigi Martinucci
Costumi: Camilla Giuliani
Montaggio: Massimo Fiocchi
Produzione: Lebowski, Indigo Film, HT Film con Rai Cinema in associazione con 102 Distribution

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