Mercoledì 16 Giugno 2021

Il saggio

La Resistenza non si contamina, si rivive

L'approfondimento dello storico Sergio Favretto alla vigilia della cerimonia per la Banda Tom

La Resistenza non si contamina, si rivive

CASALE - IL 15 gennaio 1945 i partigiani della Banda Tom furono assassinati alla Cittadella di Casale per mano nazifascista. Domani è previsto il momento commemorativo ufficiale a cura del Comune e del Comitato Unitario Antifascista. Qui il programma.

L'avvocato e storico Sergio Favretto è autore di questo straordinario saggio approfondimento sulle vicende della Tom e, più in generale, sulla Resistenza in Monferrato, che riportiamo di seguito.

La Resistenza non si contamina, si rivive

Da questi principi e coraggio nacque la democrazia italiana

In questi giorni ricordiamo la fucilazione dei tredici ragazzi della Banda Tom, avvenuta a Casale Monferrato per intervento e volontà di fascisti e tedeschi, uniti in una unica azione violenta.

Era il 15 gennaio 1945, già in prossimità della Liberazione di aprile. Eppure, il Monferrato visse ancora una pagina crudele e insensata.

Pochi mesi prima, ancora fascisti e tedeschi uniti, il 12 settembre uccisero, in un’ora soltanto, a Valenza  27 giovani della Banda Lenti, catturati nelle colline; sempre fascisti e tedeschi, il 9 ottobre 1944 compirono l’eccidio di Villadeati, fucilando in piazza il parroco don Camurati e 10 capifamiglia. Tre eventi collettivi emblematici, disumani.

Una sequenza atroce

I fascisti casalesi catturarono i tredici della Banda Tom, li costrinsero a percorrere a piedi molti chilometri, ad attraversare la città di Casale scalzi e i piedi legati, come ostaggi alla derisione, con un seguito di fascisti in auto e toni sprezzanti. Sempre i fascisti e tedeschi li uccisero alla Cittadella, lasciandoli poi sulla neve per due giorni. Erano: Antonio Olearo (Tom), Augino Giuseppe di Valguarnera (Enna); Boccalatte Alessio di Lu Monferrato; Canterello Aldo di Alessandria; Cassina Luigi (Ginetto) di Casale; Cavoli Giovanni (Dinamite) di Solero; Harboyre Harrj, prigioniero britannico ufficiale della RAF; Peracchio Remo di S. Stefano di Montemagno; Maugeri Giuseppe di Siracusa; Portieris Boris di Genova; Santambrogio Luigi di Cesano Maderno; Serretta Carlo di Genova; Raschio Giuseppe di Alessandria.

Tutto questo non è fantasia o parzialità, è storia ancora viva nel ricordo delle famiglie e dei casalesi tutti.

La Banda dei fratelli Pietro ed Agostino Lenti, i 27 giovani catturati dai fascisti e poi fucilati da fascisti e tedeschi, avevano difeso i raccolti, assalito le pattuglie di tedeschi che controllavano strade e ferrovie, che impedivano il libero movimento. I loro nomi: Giuseppe Accatino (Camagna, 1925, contadino), Cesare Amisano (Frassinello, 1922, elettricista), Aldo Bergamaschino ( Vignale, 1914, studente ), Angelo Bordino ( Mathi nel Canavese, 1925, camionista), Paolo Cantamessa (Casale, 1921, geometra), Guido Chiesa (Casale, 1922, geometra), Leandro De Bernardi (Camagna, 1922, contadino), Piero De Bernardi (Camagna, 1924, albergatore), Pietro De Bernardi (Camagna, 1923, muratore), Luigi Filippini (Casale, 1924, studente), Agostino Lenti (Camagna, 1919, studente ed ex alpino), Pietro Lenti (Camagna, 1917, studente in medicina), Pietro Leone (Camagna, 1923, insegnante), Edoardo Lupano (Camagna, 1923, contadino), Pietro Lupano (Casale-S.Maria del Tempio, 1925, meccanico), Marcello Luparia (Rosignano, 1926, meccanico), Mario Manassero (Camagna, 1918, panettiere), Crescentino Marinone (Casale-S.Maria del Tempio, 1924, elettricista), Biagio Mazzucco (Vignale, 1925, contadino), Renato Morandi (Casale, 1926, meccanico), Giuseppe Pampuro (Borgo S.Martino, 1923, motorista aeronautico), Felice Pastrone (Camagna, 1923, pasticciere), Jofre Priatti (Vignale, 1924, contadino), Giovanni Ronco (Rosignano, 1920, contadino), Pierino Scarrone (Camagna, 1920, contadino), Giovanni Spigo (Camagna, 1926, studente), Giovanni Zeppa (Casale-S. Maria del Tempio, 1923, contadino). Unitamente ai ventisette della banda Lenti, quel pomeriggio, venne fucilato anche Karl Barth, disertore dell’esercito tedesco catturato ad Isola S. Antonio.

Nell’eccidio di Villadeati, i tedeschi, con ausilio dei fascisti casalesi ed alessandrini, compirono una vendetta sui civili inermi e sul parroco perchè aveva aiutato le formazioni partigiane. Morirono: Don Ernesto Camurati, anni 46; Caprioglio Angelo, anni 50 e tre figli; Dorato Carlo, anni 44, con un figlio; Dorato Giuseppe, anni 50, due figli; Gippa Clemente, anni 60, due figli; Lanfranco Felice, anni 44, due figli; Odisio Carlo, anni 45; Odisio Luigi, anni 49, quattro figli; Odisio Giuseppe, anni 52; Quarello Luigi Pietro, anni 57 (ucciso il 24 ottobre successivo); Vallone Ernesto, anni 49, quattro figli; Quarello Pietro venne ucciso poi, il 24 ottobre, da repubblichini di Asti, in un successivo rastrellamento. Caprioglio Angelo, d’origine milanese, venne catturato mentre era in cantina impegnato nelle operazioni di vinificazione.

La violenza dei tedeschi non terminò con l'eccidio a Villadeati, ma nel pomeriggio dello stesso giorno, scendendo da Villadeati verso lo stradone in direzione di Casale, il maggiore Meyer, utilizzando un binocolo, vide sulle colline di fronte scendere due giovani, fra i campi. Ne ordinò la cattura. Erano Oreste Caramellino e Ginetto Bianco; nel mattino, dalle colline di Frostolo (frazione di Odalengo Grande) vedendo il fumo e l'incendio delle cascine di Tribecco e di Villadeati, scapparono e si rifugiarono nel torrente Stura. I tedeschi li catturarono nella frazione di Pozzo. Il farmacista dott. Ordazzo tentò di salvare i due giovani, implorò il maggiore Meyer, ma fu inutile. Fu fatto silente con un revolver puntato alle tempie. Qui Bianco, detto Ginetto, venne ucciso con un colpo di pistola, mentre Oreste Caramellino fu picchiato e ferito con un pugnale in più parti del corpo, fino alla morte, fra sofferenze atroci. La cugina Caramellino Rosina lo vide passare, braccato dai tedeschi, bastonato. Oreste la rassicurò, torno fra poco. Ma invece andò incontro alla morte.

Erano stati il Fascio Casalese e le Brigate Nere a catturare i 6 partigiani poi uccisi dai tedeschi a Ticineto Po: Pierino Lorenzo Grassi, Aimo Rossini, Giovanni Zemide, Silvio Rota, Edoardo Scagliotti, Augusto Rotelli.

L’elenco si amplia con l'antifascista e partigiano Alfredo Piacibello, catturato, percosso e poi ucciso dai fascisti; con il partigiano Arduino Bizzarro, catturato e rinchiuso in carcere, poi ancora catturato e ucciso dai fascisti con atrocità, deposto a terra con gli occhi scavati e coperti di foglie; con i partigiani Lino Cover, Italo Rossi e Oreste Rossi, Stefanino Grandi, Francesco Alfieri Greppi, Lazzaro Nazzareno Lazzarini, Giovanni Lupano, Sergio Oliaro, Aldo Sanlorenzo, Carrera Giuseppe, Pagliolico Pietro, Camillo Morandi, Gaetano Molo, Lenigio Costelli, Silvio Bondesan, Filippo Barco, Enrico Perra, Valentino Bonato, Eusebio Giambone, Gianese Primo, Aldo Bergamaschino, Biagio Mazzucco, Jofre Priatti, Aldo Porro, Costantino Ghirardo, Sergio Morello, Giovanni Barbano, Guido Costanzo, Emanuele Giacardi, Claudio Franchi, Vignolo Giacomo, Giuseppe Sogno, Vinicio Cortese, Rolando Berluti, Miracapillo Savino, Mario Talice, tutti catturati, uccisi e feriti a morte dai fascisti e tedeschi in cooperazione nel Monferrato o perchè appartenenti a formazioni partigiane.

Da unire nel ricordo i due fratelli Giovanni ed Angelo Guaschino, medici ospedalieri, catturati e trattenuti dai fascisti in carcere, tradotti scortati tutti i giorni dalle carceri di via Leardi all'ospedale, per costringerli a rivelare il nascondiglio del figlio e nipote partigiano Gherardo Guaschino, poi coraggioso comandante.

Non è possibile dimenticare. Non è questo un bollettino di guerra, ma peggio ancora, è un bollettino di inciviltà.

I caratteri della Resistenza nel Monferrato

Ci furono le vittime, troppe vittime; le formazioni partigiane, i convinti antifascisti storici e nuovi, ma vi fu anche un’intera popolazione contadina ed operaia che diede sostegno alla lotta; vi furono giovani e studenti, artigiani ed ex militari ed ex carabinieri che seppero scegliere; vi fu il vescovo Angrisani, numerosi parroci e cattolici che aiutarono il dissenso e il conflitto con i tedeschi occupanti, che mediarono per liberare prigionieri; vi furono ebrei che con coraggio testimoniarono il ruolo di vittime; si incrociarono culture e espressioni sociali molto differenti, da quelle comuniste e socialiste a quelle cattoliche e liberali, più laiche.

Da una parte c’era una Italia che soffriva per la lunga e ingiusta guerra, per il regime oppressivo e senza libertà alcuna, per il quotidiano ripetersi di soprusi e discriminazioni, per lo stillicidio di mille interventi di propaganda; dall’altra parte c’era l’Italia dell’arroganza, della goliardia nostalgica della RSI, della violenza ancora più becera e feroce sull’uomo, degli attacchi e scorribande fra le colline, delle case bruciate e degli animali prelevati, delle minacce e delle sevizie, dell’uso dei gas e dell’iprite in Africa per annientare i ribelli.

Non vi era alcun terreno comune di conflitto, ma solo una radicale differenza. C’erano coloro che lottavano per nuovi ideali e per una pacifica convivenza, contro coloro che volevano mantenere privilegi e silenziare ogni forma di libera espressione.

Vi erano due modelli di società completamente e drammaticamente alternativi: il primo, solidale e coinvolgente tutti, interprete della libertà, nuovo e in divenire; il secondo, fallito nell’economia e nella politica, nella cultura e riflesso solo verso un passato nostalgico e discriminatorio.

Per non dimenticare, richiamo alcuni episodi emblematici.

Al liceo classico di Casale Monferrato, fino all’autunno 1943, vi era un preside e alcuni docenti che utilizzavano gli insegnamenti scolastici per convincere e formare le coscienze degli alunni in modo adesivo al regime, al Fascio. Si raccoglievano soldi e indumenti per inviare alle truppe in guerra, per aiutare i soldati nelle colonie africane; in ogni aula, tramite un sistema di filodiffusione audio, si ascoltavano i discorsi del Duce e dei gerarchi fascisti; si moltiplicavano gli abbonamenti alle riviste fasciste, comprese quelle inneggianti alla guerra e all’imprese espansive per raggiungere l’impero. A scuola, e non solo a scuola, si intrecciava la cultura con la propaganda, per fare proseliti.

Di contro, invece, dal settembre 1943 vi fu un crescente dissenso fra gli studenti, animato anche dal mondo cattolico. Ad ottobre, i tedeschi presenti in città prelevarono a forza con camion varie decine di studenti all’uscita del liceo e li costrinsero a pulire le caserme militari in vista dell’arrivo delle SS tedesche. Nei giorni a seguire, gli studenti non frequentarono la scuola per giorni, protestando contro la violenza subita. Anche fra i docenti, il fronte prima compatto e filoregime si ruppe; pochissimi aderirono alla RSI; iniziarono le forme di antifascismo fra i giovani, in collegamento con le prime formazioni partigiane nate fra le colline.

Dalle scuole e dagli oratori, giungevano idee ed entusiasmo.

Nel liceo classico, s'infittiva il dialogo fra alunni e docenti. Nell'istituto, maturarono le convinzioni antifasciste, Pietro Lenti (fucilato a Valenza con tutti i componenti della banda Lenti, catturata a Madonna dei Monti di Grazzano Badoglio), il partigiano Sergio Morello, figura emblematica della resistenza monferrina e delle valli piemontesi.

Gli animatori del CNL di Casale Monferrato svilupparono contatti con l'ambiente scolastico della città.

Significativa, ad esempio, fu la figura del giovane studente Tommaso Grandi (detto Steulin). Nato a Calliano il 22/5/26, frequentava il III anno del liceo classico di Casale Monferrato, quando aderì alla Divisione Partigiana Matteotti, nella brigata di Calliano a maggio 1944. Venne subito inserito negli organici della formazione e si distinse per impegno ed efficacia.

Grandi Stefano e l'amico callianese Antonio Spinoglio strinsero legami di amicizia con i proprietari del circo Saladini, un piccolo circo di provincia che si era fermato alcuni giorni a Calliano. Grazie a questi contatti, si erano avvicinati agli ambienti della R.S.I. di Asti per carpire utili informazioni. Dalla loro delicata azione, si ebbero alcune importanti notizie sulle programmate operazioni di rastrellamento nazi-fascista, sugli spostamenti delle truppe e sulle spie inserite nelle organizzazioni partigiane.

Il Grandi e lo Spinoglio decisero, con uno stratagemma non perfettamente riuscito, di sottrarre armi e munizioni alla caserma di Asti delle Brigate Nere. Vennero scoperti e catturati. Chiusi nelle carceri di Asti, vennero interrogati, seviziati. Il 23 aprile, quando le truppe fasciste della RSI abbandonarono Asti per Milano, alcuni soldati della legione Muti li condussero dal carcere alla località Duca di Valmanera e qui vennero uccisi a raffiche di mitra.

Ancora per non dimenticare.

Il Vescovo Giuseppe Angrisani ed il clero casalese vennero etichettati come “clero ribelle e stonato” rispetto alla diffusa omogeneizzazione.

Nelle sezioni del P.N.F., fra i miliziani, fra le truppe tedesche, il clero casalese venne spesso apostrofato e denigrato. Tangibili prove sono i commenti pubblicati sul periodico “Lavoro Casalese”, alcuni rapporti della polizia locale, le prese di posizione delle autorità fasciste.

In città, oltre al clero secolare, espressero chiaro dissenso verso il fascismo e l’occupazione tedesca, anche le comunità salesiane del Valentino ed i Padri Somaschi di via Trevigi.

I salesiani ospitarono parecchi militari dopo l’8 settembre, numerosi giovani renitenti; accolsero partigiani, nascosero vitto, vestiario ed armi. La loro casa divenne un riferimento operativo di transito, da Casale verso Alessandria ed Asti, dalla città verso la collina.

Nell’oratorio del Valentino vi era pure una sala riservata ai militari di leva, denominata “Convegno militare”. Qui trovarono tutti ospitalità, in pieno raccordo con l’altro centro d’accoglienza salesiano di Borgo S. Martino, dove dal 9 al 20 settembre ’43 ricevettero ospitalità ed aiuto, vitto e sostegno più di 620 militari di passaggio.

Nei mesi successivi, i salesiani casalesi ospitarono quattro ex militari siciliani per circa un anno e protessero, con vitto completo, per diciotto mesi il tenente Filosa Vittorio di Napoli.

A Borgo S. Martino, dal 10 settembre ’43 a marzo ’44, i salesiani ospitarono otto ufficiali ricercati dai fascisti e, dal 24 dicembre ’43 al 15 marzo 1944, vennero nascosti due partigiani che sfuggirono gli arresti dei nazifascisti ad Arcesa di Brusson.

A Casale, il direttore Don Giuseppe Orsingher consigliò, aiutò e protesse la famiglia ebrea Rosenthal, come altri ebrei di passaggio. Anche a Borgo S. Martino, a marzo 1944 venne ospitata una famiglia ebrea, prima di raggiungere la Svizzera.

Don Antonio Volpato, sacerdote salesiano, venne arrestato dalla Brigata Nera nell’ottobre ’44. Furono ispezionati e perquisiti i locali della comunità salesiana e la camera di Don Volpato. Subito si presentò e, mentre salutava un gruppo di persone (una decina), si sentiva afferrare dal maggiore tedesco Meyer per l’orecchio sinistro tirandolo da farlo sanguinare e spingendo brutalmente a terra. Contemporaneamente vomitò mille improperi contro i preti, incolpandoli di favorire i ribelli, gli ebrei ed impedire che i contadini si presentino sotto le armi. L’interprete (la signora Tani, svizzera), urlando ancor più del maggiore, traduceva esagerando ancora. Il direttore si mantenne calmissimo e infine domandò di parlare. Disse: “Io non ho mai favorito i ribelli e gli ebrei, non ho mai favorito azioni. Il trattamento ricevuto in questo momento, veramente fuori legge, lo deferirò al Comando superiore che ben conosco”. Il Meyer continuò: “Restano sotto sequestro la sala del convegno, la camera del prete e le altre due vicine. Voi preti sarete tutti fucilati, compreso il vostro Vescovo”. Poi se ne andarono.

Nei giorni successivi, i salesiani coinvolsero i superiori di Torino che si recarono ripetutamente da Meyer. Il maggiore si dimostrò sempre più determinato. Don Volpato venne trasferito al comando tedesco di Valenza. I tedeschi portarono via dall’oratorio tutti i mobili e le attrezzature, fonografo, macchina proiezioni, dischi. Meyer confermò sempre la volontà di condannare Don Volpato. Dopo ennesime trattative, si giunse allo scambio fra tre caporali tedeschi catturati dai partigiani (Schick, Manuel, Berustein) e tre sacerdoti (don Volpato, don Ballario e don Boiardo). Don Volpato ritornò al Valentino il 23 novembre. La vicenda di Meyer fra i Salesiani del Valentino conferma l’arroganza, la violenza e la pretestuosità dell’atteggiamento dei tedeschi occupanti.

Vi fu un altro fatto significativo, poco noto, opportunamente ripreso dalla storiografia locale più attenta. La sera del 4 marzo 1944, nella frazione di Zanco del Comune di Villadeati, nella chiesa parrocchiale, si tenne un incontro presieduto dal Vescovo Angrisani. Vi parteciparono, inoltre, un rappresentante del Vescovo di Parma, monsignor Evasio Colli (originario di Lu); un rappresentante dell’arcivescovo torinese Maurilio Fossati, un delegato del Vescovo Monsignor Umberto Rossi di Asti; una decina di parroci monferrini, fra i quali don Ernesto Camurati, alcuni esponenti della DC. L’incontro venne promosso anche da Giovanna Mazzone, fondatrice di numerose opere sociali a Casale Monferrato ed animatrice dell’antifascismo cattolico.

Ed infine, la testimonianza coraggiosa degli ebrei vittime di una discriminazione folle.

Fu con il 1938 che si acuì e prese tragica forma il razzismo fascista antiebraico, dopo solo settant’anni di vita dello Stato unitario. Prima in modo lieve e poi più esplicito, il regime intensificò il teorema della razza pura, muovendo dalle misure repressive ed isolatrici all’interno della scuola pubblica, giungendo poi al Manifesto degli scienziati razzisti, pubblicato il 14 luglio sul “Giornale d’Italia”; promosse una serie di censimenti locali sulla popolazione ebraica, decretò l’estraneità degli ebrei alla comunità nazionale.

In data 18 agosto 1938, il Ministero dell’Interno comunicò ai vari prefetti che “l’appartenenza alla razza italiana è requisito essenziale e inderogabile per poter coprire cariche pubbliche”.

Venne disposta la sostituzione dei funzionari pubblici non ariani e si costrinse ad attribuire incarichi pubblici, inviti per discorsi o comunicazioni solo ad esponenti della razza italiana; sulle guide telefoniche non potevano comparire i nomi degli ebrei; sulla stampa nazionale non poteva comparire la pubblicità di aziende ebraiche.

A livello locale, “Il Monferrato” del 20 agosto 1938 diede ampio spazio ai provvedimenti limitativi e discriminatori previsti dalla legislazione, dalle circolari ministeriali ed ordinanze.

In data17 settembre del 1938 diede la notizia come alcuni insegnanti ebrei fossero stati esonerati dall’incarico: il prof. Raffaele Jaffe dovette lasciare la presidenza del Magistrale Lanza e la  prof. Levidalli lasciare il posto di docente all’Istituto Tecnico Leardi.

Jaffe era nato ad Asti nel 1887, da Jaffe Leone e Foa Debora. Sposò Luigia Cerutti. Si battezzò nel 1937. Venne arrestato a Casale nella retata del 16 febbraio 1944, trasferito al campo di Fossoli, poi deportato ad Auschwitz, deceduto il 6 agosto 1944.

Il Consiglio dei Ministri del 2 settembre ’38 aggiornò il regio decreto legge n. 1930 che proibì agli ebrei l’iscrizione alle scuole di qualsiasi ordine e grado, vietò il conseguimento dell’abilitazione alla libera docenza; fu interdetto agli ebrei l’insegnamento universitario e negli istituti superiori; furono vietati i libri di testo redatti da ebrei; vi fu una vera epurazione dei testi ebraici. Nell’anno scolastico ’38-’39 a Casale, ben quindici alunni vennero allontanati dalla scuola pubblica.

“La Gazzetta di Casale” fece eco alle leggi e disposizioni repressive; giunse a pubblicare un elenco di 27 ditte da boicottare perché di proprietà israelitica.

Il giornale invitò i veri fascisti a non comperare i dolci nella pasticceria di Elia Carmi, a non acquistare tessuti e gioielli nei negozi di Foa e sotto i portici di via Roma.

Una ricorrente campagna antisemita venne condotta dal settimanale “Il Lavoro casalese” per tutto il periodo di pubblicazione (’43-’45), con direttore Arturo Pettenati, sindacalista nazionale dei cementieri.

Proprio “Il Lavoro casalese” accusò ripetutamente gli ebrei di alimentare la diserzione e la renitenza ai bandi di Graziani, di promuovere alcuni furti di mezzi ed armi alle caserme e sedi della RSI. Il 4 dicembre ’43, in occasione della riunione del rinato Fascio casalese, il leader Carlo Fornero chiese una pubblica denuncia di tutti coloro che avevano tratto vantaggio dal capitalismo ebraico. La polizia locale ed i militi del RSI assicurarono, in realtà, alle truppe tedesche ogni appoggio operativo alle varie campagne antisemite. Ad inizio ’44, il commissario di PS Maiocco, con la collaborazione del segretario politico fascista Bacco e del console Imerico, con l’inganno, raccolse l’elenco completo dei pochi ebrei ancora residenti, anziani, ammalati; venne promessa la loro esclusione dalla deportazione.

L’elenco venne, invece, dato alle SS per i futuri arresti. A Casale, da febbraio a maggio ’44, furono arrestati 18 ebrei, inviati poi nel campo di Fossoli di Carpi, poi alle Nuove di Torino, infine in Germania. Solo un ebreo catturato tornò in Italia: Emilio Foa.

Gli ebrei arrestati e inviati ai campi di sterminio nazisti furono: Faustina Artom, anni 73; Vittorina Artom, anni 75; Isaia Carmi, anni 58, già consigliere comunale; Carlo Cohen Venezian, anni 59; Riccardo Fiz, anni 74; Roberto Fiz, anni 70; Matilde Foa, anni 54; Raffaele Jaffe, anni 66; Augusta Jarach, anni 67; Federico Simone Levi, anni 66; Vittorio Levi, anni 41; Erminia Morello, anni 58; Corrado Mortara, anni 32; Lino Muggia, anni 66, Giuseppe Raccah, anni 69; Bianca Salmoni, anni 60; Cesare Davide Segre, anni 57; Sanson Segre, anni 85; Giulia Rosa Segre, anni 56; Moise Sonnino, anni 79; Eugenia Allegra Treves, anni 73; Sharja Gruzdas, anni 40.

Drammatica la vicenda del dott. Riccardo Fiz: venne prelevato ed arrestato dal letto dell’Ospedale, dove giaceva vecchio ed infermo. Si parlò di una delazione o errata indicazione di una suora in servizio all'ospedale.

Arturo De Angeli (esponente e segretario della comunità ebraica nel primo dopoguerra) riuscì a scappare con la sorella ed i genitori, trovando rifugio fra le colline.

All’elenco, vanno aggiunti molti altri casalesi ebrei che vennero arrestati in altre località italiane, perché già avevano abbandonato la comunità casalese. Anche a Casale, a seguito delle circolari prefettizie e degli ordini impartiti dagli organi di polizia, gli ebrei videro sempre più limitate le libertà personali, con sequestro delle radio, con controlli domiciliari notturni, con improvvise convocazioni alla sede del Fascio, con minacce e schiaffi lungo le vie della città, con precettazioni nei campi di lavoro.

Perchè la Resistenza va rivissuta

Se la Resistenza è parte fondante della nostra storia, se ha ispirato la Costituzione e fatto nascere la democrazia, non va solo ricordata e evocata. Va utilizzata per capire e migliorare il nostro presente. Non solo quindi deve essere un fenomeno e una parentesi correttamente storicizzati, ma può anche rivelarsi forte motivazione per il pensiero e le scelte di oggi.

In questi mesi di emergenza sanitaria assistiamo, accanto al corretto atteggiamento di privilegiare il sapere scientifico di una parte di decisori pubblici, ad un subdolo e preoccupante impegno propagandistico di altri che vogliono catturare il consenso irrazionale e populista. Il tutto per battagliare contro, per creare sfiducia, per demolire ciò che con sacrifici di tutti si sta costruendo.

Pur di riempire una piazza, si fa violenza alla ragione; si allestiscono team di esperti di propaganda  mediatica, distribuendo capziose fakenews sempre e ovunque; ad arte si fanno sorgere bisogni e poi si deludono, si inventano streghe per poi combatterle, tutto viene visto in modo manicheo; alla gente si propongono belletti e luminarie urbane come effetti di buon governo. I problemi autentici sono ben altri, il cittadino vuole risposte vere e pertinenti, non illusioni.

Proprio nell’emergenza, alcuni settori vorrebbero far trionfare il negazionismo e il dominio dell’immagine sulla sostanza,  omologare tutti in un indistinto insieme di demotivazione e appiattimento al ribasso.

Attenzione, la propaganda incontrollata e pervasiva fu l’arma del fascismo di allora e può diventare l’arma di un fascismo soft di oggi; l’emergenza sanitaria e quella economica di oggi, non si vincono con le chiamate di piazza o l’ottundimento da social, ma con le decisioni puntuali e congrue di una classe dirigente.

L’informazione ha oggi un ruolo determinante; è chiamata a diffondere conoscenza e non solo emozioni o tuttologia. La libertà si ha quando anche i media aiutano a riflettere e non acconsentono solo ai poteri forti, economici e lobbistici, e condizionanti della pubblicità o degli assetti proprietari.

Il cittadino deve essere allertato per questo rischio.

La propaganda, poi, sta aggredendo anche la storia resistenziale. Accanto alle ricerche rigorose e documentate, si stanno allestendo rivendicazioni per assiomi e per tesi preconcette, si stanno erodendo le certezze fattuali e storiche con  pseudo verità costruite su briciole e falsificazioni della storia.

Solo due esempi: contrapporre e bilanciare le violenze compiute dal fascismo e la RSI con le violenze compiute dai partigiani di Tito con i massacri delle foibe, parlando di oscurantismo della sinistra; minimizzare le scelte drammatiche compiute dal regime nello scegliere la guerra, l’alleanza con Hitler, le persecuzioni razziali e il folle miraggio dell’espansione coloniale.

Tutta la storiografia, anche quella ispirata in modo progressista, ha sempre esplorato e ricostruito le  vicende delle foibe e degli eventi istriani e triestini, contestualizzando i fatti e fornendo la corretta collocazione nella storia italiana. Si pensi agli studi di Raoul Pupo, di Roberto Spazzali e di Gianni Oliva e molti altri.

Dopo l’istituzione del “Giorno del ricordo” nel 2004, nel Monferrato e nell’intera provincia di Alessandria il prof. Mauro Bonelli, docente di storia e filosofia e in collaborazione anche con l’ISRAL,  ha dedicato moltissime ore di lezione nelle varie scuole, convegni e dibattiti per promuovere la conoscenza sui massacri delle foibe. Anche Claudio Debetto, esule istriano, ha condiviso molte iniziative per il recupero storico dei fatti che caratterizzarono il confine Nord-Est dell’Italia del dopoguerra.

In Italia e anche in Piemonte, vi è ampia cultura sul tema; tutti condannano le violenze, da quelle epocali e imperdonabili a quelle più episodiche, ma altrettanto gravi.

Di fronte ai tentativi di compensare tutto, mettendo sul piatto della bilancia fatti eterogenei e cercando di pareggiare in un silenzio complessivo, si deve rivendicare la giustezza invece della nostra storia collettiva che grazie alla Resistenza ci ha portati a vivere una fase di democrazia anche per chi non condivise il coraggio della lotta di Liberazione.

Il modello fascista della propaganda e non della cultura, dei privilegi e non del merito, dell’arroganza e non della solidarietà, del populismo incolto e non della partecipazione attiva, è stato sconfitto dalla storia.

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