Mercoledì 12 Maggio 2021

L'intervento

«Non accettiamo che si equipari chi combatté per la libertà con chi difese un regime criminale»

L'Anpi di Casale commenta la 'discussa' cerimonia di Liberazione

«Non accettiamo che si equipari chi combatté per la libertà con chi difese un regime criminale»

Gabriele Farello, presidente dell'Anpi di Casale

CASALE - A più di una settimana di distanza dalla cerimonia per la Festa di Liberazione alla Cittadella di Casale e alle polemiche che l'hanno riguardata, sia 'in diretta' che nelle ore immediatamente successive, l'Anpi di Casale esprime la propria posizione.

«Domenica 25 aprile si è celebrata la festa per il 76° anniversario della Liberazione dell’Italia dal nazi-fascismo, che ha avuto il suo momento istituzionale alla Cittadella, luogo simbolo della Resistenza nel Monferrato. Erano anche presenti, forse per la prima volta, esponenti della destra locale - esordisce l'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia - Non possiamo però tacere il disappunto per la concessione da parte dell’Amministrazione Comunale dell’autorizzazione a una concomitante e rumorosa gara motociclistica negli spazi adiacenti; essa ha disturbato la civile solennità della ricorrenza. Nonché constatare la mancata consueta apposizione delle coccarde tricolore in alcuni punti della città a ricordo di vittime del nazifascismo: per esempio sulla targa di Giovanni Lupano in via del Gazometro, quella di Neno Lazzarini in Via dei Mulini, e quella di don Camurati in Via Mameli».

Poi, più nel merito del vero 'nodo gordiano' della giornata, il discorso del sindaco Federico Riboldi: «Non possiamo inoltre nascondere il disappunto per alcuni passaggi del discorso del sindaco che travisano il valore ed il significato della Resistenza, cioè della lotta di popolo che portò alla Liberazione, alla stesura della Costituzione, alla conseguente nascita dello Stato Democratico. Un primo chiarimento riguarda proprio l’utilizzo del termine guerra: non a caso preferiamo parlare di “lotta partigiana”. Se questa ebbe infatti nelle formazioni partigiane il suo braccio armato, non si può dimenticare la partecipazione attiva, al loro fianco, di una parte importante della popolazione, che pagò con feroci ritorsioni e spesso con la vita, il fondamentale aiuto ai partigiani. Così come non bisogna dimenticare il ruolo fondamentale dei militari italiani, sia di quelli   che rifiutarono in massa di aderire al neo Stato fascista dopo l’8 settembre  e si unirono alla Resistenza, sia di quelli (circa 650.000 su 700.000) che subirono le sofferenze della deportazione nei lager tedeschi fino alla morte di 50.000 di essi. Anche il carattere riduttivamente patriottico attribuito a questa lotta merita una precisazione. Se fu indubbiamente presente nella Resistenza una componente patriottica tesa a cacciare lo straniero invasore, questa fu sempre subordinata alla lotta contro il nazifascismo. Fu quindi predominante la lotta per liberare non solo l’Italia ma, considerata la dimensione europea del fenomeno resistenziale, l’intera Europa dai regimi disumani che vi si erano installati. Certamente quella lotta fu il seme che originò l’Unione Europea che, superando in gran parte gli egoismi nazionalistici, ci ha garantito il più lungo periodo di Pace e Libertà conosciuto dal nostro continente».

Prosegue l'Anpi: «È poi vero che chi combatté il nazifascismo ambiva, con diverse idee politiche, a sviluppare diversi modelli di società, uniti tuttavia nella volontà di fondare uno Stato Democratico che finalmente restituisse Libertà, Dignità e Diritti ai Cittadini; obiettivo pienamente raggiunto nell’altissimo compromesso rappresentato dalla nostra Costituzione. Non possiamo quindi accettare che si equipari chi combatté per la Libertà e la Democrazia con chi difese un regime criminale che soppresse questi valori per un ventennio, imprigionò, costrinse all’esilio e, non raramente, uccise chi non si sottometteva. Esso fu anche responsabile di orrendi crimini contro l’Umanità in sciagurate guerre coloniali, promulgò le vergognose leggi razziali, trascinò il Paese in una disastrosa guerra».

Quindi sulla 'riconciliazione': «La sensibilità per una “cultura della riconciliazione”, così superficialmente pretesa dal sindaco, e la pietà per tutti i morti non mancano certo nella nostra associazione ma non può avvenire attraverso ambigue omologazioni o assoluzioni di chi si macchiò di crimini contro la popolazione civile, di torture (quali quelle inferte ai 13 giovani partigiani ricordati nella lapide accanto agli oratori della celebrazione), calpestando ogni barlume di dignità umana. Solo riconoscendo pienamente i valori per cui lottarono fino alla morte i partigiani, e condannando senza scusanti e ambiguità chi sostenne un’ideologia basata sulle discriminazioni, sull’oppressione e sulla violenza, sarà possibile una vera riconciliazione nazionale».

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