Altro colpo mortale?
A fine anno si parlava di fine del mondo, ma per Casale Monferrato, più che gli avvenimenti apocalittici previsti dallimmaginario collettivo, la questione sembra concretizzarsi in un lento e continuo spegnersi della città
A fine anno si parlava di fine del mondo, ma per Casale Monferrato, più che gli avvenimenti apocalittici previsti dall?immaginario collettivo, la questione sembra concretizzarsi in un lento e continuo spegnersi della città
OPINIONI – Nonostante le luminarie natalizie (non eccessive vista la necessità di contenere spese in una situazione di incertezza generale) tentino di dare un senso di gioia e di calore alle feste, le mazzate alla vita sociale e al futuro produttivo si abbattono in continuazione: e da tempo.
Dopo l’accorpamento dell’ASL, dopo la perdita di Istituti di Credito locali, dopo il ridimensionamento di alcuni reparti Ospedalieri, dopo la perdita del Tribunale, dopo la crisi del settore del freddo e le difficoltà di molte aziende piccole o di carattere artigiano (e la preannunciata chiusura di una decina di negozi del centro storico), dopo la chiusura di fabbriche nei paesi limitrofi, il trasferimento di produzioni in altre aree del Paese e l’incertezza di altre ditte tradizionalmente legate al territorio, il colpo mortale viene dall’annuncio delle Officine Meccaniche Cerutti: è stato annunciato un piano che prevede a breve la chiusura dell’attività produttiva della sede casalese, il trasferimento di 130 lavoratori a Vercelli, e il taglio (esubero) di 170 dipendenti (110 impiegati e 60 operai). La motivazione è legata alle previsione di minori vendite, di contrazione del mercato nel settore delle macchine rotocalco, mentre l’Azienda smentisce la ricerca di nuovi partner societari che portino risorse finanziarie.
Non si vuole entrare nel merito di vicende e argomenti che devono essere affrontare da quanti, per ruolo e per competenza, hanno il compito di intervenire. E gli incontri fra le parti continueranno dopo l’Epifania.
Restano però alcuni interrogativi e l’indicazione di alcuni riferimenti che non possono mai essere accantonati, pur tenendo conto delle dinamiche del mercato, delle cosiddette leggi dell’economia, e della (relativa) libertà dell’impresa e dell’imprenditore di pensare anche a salvare il futuro produttivo e a non essere penalizzati finanziariamente.
Il primo interrogativo è legato alla scelta di Vercelli anziché della propria città. Eppure Casale ha sempre avuto un atteggiamento di favore nei suoi riguardi, non ha mai creato ostacoli; anche le richiesta che il Dott. Cerutti ha avanzato come Presidente della società di basket si è cercato di soddisfarle. Casale ha avuto da quella famiglia, sia in campo sportivo che in quello universitario che culturale, molto; perché ora si sceglie Vercelli? A Vercelli l’organizzazione produttiva è più moderna, la tecnologia più avanzata! E’ vero! E’ anni fa, portando parte della produzione fuori Casale, che si preparava la scelta di oggi: perché si fece quella scelta? Solo per i minori costi di terreno e di urbanizzazione? E’ probabile. Perché non si seppe offrire all’azienda un’alternativa? Queste le conseguenze!
Secondo, e mi scuso con tutti i tifosi della pallacanestro sapendo che rischio il linciaggio, di fronte a questa tragedia occupazionale ed economica per le famiglie direttamente interessate e per l’intera città (la Cerutti è come la Fiat per Torino) come si giustificano le spese per mantenere ad alti livelli la squadra di basket e, quelle che si richiedono all’Amministrazione comunale per rendere il Palazzetto sempre più adatto negli impianti e nella capienza?
Terzo, ma non meno importante. Arriviamo a questo punto, dopo una serie di passaggi anche a tutela dei lavoratori e per tentare di evitare soluzioni dolorose più affrettate, ma si è sicuri che si sia fatto tutto il possibile? Che non si potessero verificare percorsi diversi? Che non fosse possibile tentare vie nuove con nuove tecnologie e confrontandosi di più con la rappresentanza sindacale e con le Amministrazioni pubbliche (che ora saranno chiamate al solito teatrino improduttivo)? L’incontro di fine anno in Prefettura e in Vescovado (nel rispetto dei piani diversi) ha dimostrato disponibilità da parte di tutti, compresa la proprietà, ma probabilmente molte cose sfuggono ormai anche dalle decisioni locali.
La crisi generale continua indisturbata a falciare posti di lavoro e sicurezza delle famiglie, ne siamo tutti consapevoli. E’ la situazione pesante dal punto di vista occupazionale, da qualche anno, si fa sentire nel casalese che aveva retto sufficientemente bene in altri momenti di difficoltà generale. Forse è stata quella situazione di minor disagio, rispetto ad altri territori, a non essere usata con preveggenza: ci è andata bene ora, possiamo continuare con una certa tranquillità. E così non ci si è aggiornati, non si è innovato, non si sono suscitate nuove imprenditorialità; è oggi si paga un conto salatissimo.
In attesa che i responsabili (proprietà, autorità, rappresentanze) e gli esperti tentino ogni strada per salvare quanto può essere risollevato, diventano profetiche le parole che Mons. Catella aveva indirizzato durante l’omelia per il Santo Patrono: “Oggi i confini della povertà e del disagio sociale si stanno allargando, fino a invadere aree ritenute finora sicure: alle tante forme di povertà vecchie e nuove che assillano la nostra società si è aggiunta in questi ultimi anni quella della mancanza o grave difficoltà di lavoro. [..] Purtroppo la situazione è di profonda crisi e difficoltà. In gioco c’è il futuro di comparti fondamentali dell’assetto produttivo e sociale di un intero territorio: un problema che sollecita la responsabilità tanto delle istituzioni pubbliche come degli imprenditori, del sindacato, degli operatori del credito, di ogni realtà culturale e sociale. [..]C’è bisogno di una prospettiva forte e condivisa che guardi alle cose concrete e possibili da fare, superando le discussioni astratte, le sterili contrapposizioni e le facili polemiche, che sono una «tentazione» ricorrente nei momenti di difficoltà. Il mio invito nasce da principi etici fondamentali che mai vanno traditi o considerati secondari rispetto alle ragioni economiche e finanziarie. Tra questi eccelle la centralità di chi lavora perché rappresenta il capitale più prezioso da salvaguardare; l’attenzione primaria alla famiglia quale soggetto sociale su cui si può impostare il futuro di una società giusta e solidale; la cura delle fasce più deboli ed esposte al disagio e all’emarginazione”. E anche nel messaggio di auguri natalizi non si sottrae dal riferimento a questa nuova ferita (lo scorso anno si doveva affrontare
Si accenna a nuovi stili di vita. Allora vorrei chiudere facendo riferimento ad un Manifesto sottoscritto e proposto alla politica e a tutti gli italiani da 40 personalità del volontariato, dell’economia, del non profit, dell’ambientalismo dal titolo Per un’economia sociale – idee e persone per un’Italia sostenibile. Contiene indicazioni e proposte solo apparentemente generiche, ma che tengono conto sia della conversione ecologica che della nuova governance internazionale e rappresentano linee per una progettualità che può condurci fuori dalla situazione di degrado e ridarci un senso comunitario per costruire “insieme” il domani: “L’orizzonte a cui guardiamo è quello di un’ economia sociale di territorio, il cui presupposto essenziale é l’impegno dell’azienda al radicamento nei luoghi e al rispetto della dignità del lavoro, a fronte dell’impegno degli enti pubblici a maggiori agevolazioni fiscali, semplificazioni burocratiche e detassazioni. Economia sociale di territorio non é però solo questo. E’anche riscoperta delle pratiche migliori del mutualismo, della cooperazione di lavoro e consumo, del credito cooperativo, di cui è ricchissima la nostra tradizione storica e da cui generazioni di italiani hanno tratto reddito, reti di prossimità e identità sociale. Economia sociale di territorio é anche riconoscimento dei potenziali di generazione d’impiego non tradizionali legati allo sviluppo delle cooperative sociali, della finanza etica, del commercio equo e solidale, dell’housing sociale, delle produzioni agricole biologiche. [..] Economia sociale di territorio, d’altro canto, vuol anche dire recupero del ruolo strategico degli enti locali. Essi debbono poter disporre delle risorse necessarie per implementare opere pubbliche, servizi e programmi di promozione dell’innovazione, in una logica di welfare territoriale capace di riscattare competenze e protagonismi delle comunità locali e di garantire la manutenzione e la riqualificazione ambientale che incrementano, tra le altre cose, la capacità competitiva dei nostri territori sui mercati globali. Economia sociale di territorio è insomma un progetto intimamente connesso ai contesti locali e alle politiche attive del lavoro disegnate per sostenere tutti i soggetti che, a prescindere dalla natura giuridica – pubblica o privata, for profit o non profit-, sono seriamente impegnati in azioni di sviluppo locale. L’opera di questi attori deve potersi realizzare anche mediante formule inedite, quali ad esempio imprese sociali costituite ex novo come partnership societarie miste tra attori profit, non profit e pubblici. Esse potrebbero nascere come entità senza fini di lucro appositamente per dare risposta alla domanda di occupazione di un territorio e in ragione di tale specifica finalità godere di convenzionamenti e corsie preferenziali nell’aggiudicazione di appalti”.
E’ l’ultima speranza che resta ad un territorio “disperato” che è stato anche isolato sul piano dei trasporti e su quello istituzionale. Si è giocato (anche per responsabilità delle sue classi dirigenti politiche, amministrative, economiche, creditizie, ecc.) a farne un paesone. Alla lunga questa situazione può far male non solo ai monferrini, ma all’intera Provincia. E’ ora che anche da fuori territorio ci si ponga il problema.
[Dal blog appuntialessandrini.wordpress.com]