L’8 marzo? “Lo festeggiano solo le donne vive”
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L’8 marzo? “Lo festeggiano solo le donne vive”

Sarah Sclauzero, presidente dell’associazione Me.dea, racconta gli sforzi compiuti dal centro d’ascolto per mantenere le porte aperte a chi subisce violenza, nonostante il taglio dei finanziamenti ne miri l’esistenza. “Nel 2014 potremmo non esserci più”

Sarah Sclauzero, presidente dell?associazione Me.dea, racconta gli sforzi compiuti dal centro d?ascolto per mantenere le porte aperte a chi subisce violenza, nonostante il taglio dei finanziamenti ne miri l?esistenza. ?Nel 2014 potremmo non esserci più?

LO SPAZIO – La festa della donna è un’occasione in più per ricordare quanta strada ci sia ancora da fare per una piena parità di diritti, e anche per eliminare gli odiosi fenomeni di femminicidio e di violenza, gli episodi di maltrattamento, a volte fino alle estreme conseguenze, che coinvolgono le donne in quanto tali. Ma anche quando le ferite riguardano la sfera psicologica o non arrivano alla massimo grado di brutalità fisica, i danni non sono minori, e a volte possono essere indelebili. Lo sanno bene le operatrici del Centro di ascolto Me.dea, struttura di presidio del territorio con l’obiettivo di offrire supporto a chiunque subisca un episodio di maltrattamento, di qualsiasi tipo, per questioni di genere.

Abbiamo incontrato Sarah Sclauzero (nella foto), presidente dell’associazione, per fare il punto sulla situazione.

Dottoressa Sclauzero, qual è la situazione in provincia?
I dati più recenti finora a disposizione sono quelli riferiti al 2011, ma entro fine mese verranno resi pubblici anche quelli relativi al 2012, che stiamo conteggiando. Parliamo comunque di numeri in aumento: da un lato si tratta di un segnale drammatico, dall’altro è perfino positivo, perché se gli episodi di violenza ci sono, è importante almeno vengano affrontati. Fra l’altro, spesso ci capita che dopo un ciclo di incontri o un evento pubblico le chiamate che riceviamo aumentino. Da noi funziona il passaparola, o capita che l’ascolto del racconto di altre donne dia finalmente la forza necessaria per contattarci. Il nostro monitoraggio è reso più semplice da due protocolli sottoscritti con le Forze dell’Ordine e con l’Asl negli ultimi tre anni. Monitoriamo quante persone finiscono in pronto soccorso e che tipo di denunce vengono presentate. Qui i dati più recenti. 

Quali sono le attività principali del centro?
Noi ci occupiamo di accogliere le persone che hanno bisogno di ascolto, e di iniziare con loro un percorso di presa di consapevolezza di ciò che accade nella loro vita e di pianificazione di un futuro differente. Una parte importante del nostro impegno è dedicata alla fase di prevenzione. Organizziamo incontri soprattutto nelle scuole, per parlare alle ragazze fin da quando sono molto giovani. La violenza può avvenire a tutte le età, e nella maggior parte dei casi a compierla è una persona della quale ci si fida, e con la quale si ha un legame affettivo. Per questo i tempi per denunciare sono così alti e il tutto è, se possibile, ancora più difficile. Imparare a impostare fin da subito una storia rispettosa della propria dignità e con confini ben precisi che non devono essere oltrepassati è un elemento fondamentale.

Da quest’anno aggiungete inoltre una nuova attività. Di cosa si tratta?
Si tratta di un progetto al quale ambivamo da tempo. Stiamo finalmente costituendo un centro di documentazione che raccolga tutti gli articoli di giornale che parlano di violenza sulle donne. In un primo tempo il progetto è nato dalla necessità di avere una più alta comprensione del fenomeno, venendo a conoscenza anche dei casi che non si rivolgevano a noi direttamente. Ora l’attività si sta evolvendo ed è interessante analizzare come gli episodi di violenza vengono trattati. Anche un certo tipo di cultura può avere un ruolo importante per scongiurare i maltrattamenti, e il compito dei media è importante.

State risentendo anche voi della crisi economica?
Moltissimo purtroppo, e pur erogando servizi così delicati la nostra situazione è drammatica, specialmente in prospettiva. Dal 2008 al 2011 la Regione Piemonte ha stanziato somme importanti per l’attività del Centro, mettendole poi a disposizione della Provincia che le ha girate a noi. Questo ci ha garantito anche una forte visibilità sul territorio, fattore fondamentale per far conoscere a chi ne ha bisogno che esiste la possibilità di un aiuto. In quei fondi sono rientrati i protocolli di cui parlavamo prima (nella foto in basso una foto durante la presentazione in Provincia ndr), la formazione a personale delle Forze dell’Ordine e del volontariato, gli accordi con un pool di avvocati, l’apertura del nostro Centro d’ascolto. Però il 31 dicembre 2011 questi fondi sono terminati e da allora per le attività del centro non godiamo più di alcun beneficio. Fortunatamente siamo riuscite a ottenere almeno il finanziamento di un progetto che ha come capofila il comune, promosso direttamente dal Ministero delle Pari Opportunità, e che ci consente di svolgere comunque alcune attività importanti sul territorio, specie per alimentare la rete fra diverse realtà che si occupano di violenza sulle donne e per proseguire le azioni di formazione. Sul futuro non abbiamo ancora chiare prospettive. Il 2013 siamo sicure di riuscire a concluderlo, mentre sul 2014 le incognite sono davvero grandi.

Chi si rivolge a voi ha poi la possibilità di essere accolta in una struttura protetta se necessario?
Anche su questo aspetto la situazione è purtroppo difficile. Esistono diversi progetti ma nessuno ha concretamente la possibilità di essere realizzato in tempi brevi. Per i casi più gravi esistono i consorzi dei servizi sociali che hanno alcune soluzioni, ma non si tratta di case rifugio specifiche. Le basi d’appoggio sulle quali si può contare sono le comunità madre-bambino, ma dal nostro punto di vista non sono adeguate per la donna che ha subito violenza. Sono indicati per donne multiproblematiche, che quindi sommano episodi di maltrattamento subito ad altre condizioni, di indigenza, dipendenze o altre tipologie specifiche. Collocare lì persone che non hanno altri problemi se non quello di aver subito una qualche forma di violenza rischia di essere destabilizzante e può diventare un flop.

Avete la possibilità di monitorare chi vi ha contattato in passato per sapere come vive ora?
No. E sarebbe un’imposizione farlo. Il processo di liberazione della donna dalla violenza passa anche dal diritto di provare a scordarsi del periodo legato ai maltrattamenti, o comunque di lasciarsi alle spalle il nostro centro. Capita che ci sia chi torna a salutarci, magari dopo molto tempo, e l’accogliamo volentieri, ma siamo molto rispettosi delle loro vita. E’ importante stare attenti a non compiere ingerenze, anche se il nostro istinto di protezione nei loro confronti può essere forte. E’ difficile che una donna possa dimenticare il periodo passato con noi, anche perché la violenza è una ferita che può cicatrizzarsi ma probabilmente non cancellarsi del tutto, anche perché di solito è lungamente protratta nel tempo. I dati statistici ci dicono che chi subisce violenza di solito aspetta in media 7 anni per denunciare. Ci vuole un tempo di maturazione interiore perché sia possibile, soprattutto quando c’è un legame affettivo con chi compie i maltrattamenti. Ogni donna ha i suoi tempi, l’importante è che trovi il prima possibile la forza per farlo e che a quel punto ci sia sul territorio chi è pronto a raccogliere la sua richiesta di aiuto. 

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