Omofobie: chi discrimina è la persona da curare?
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Marco Madonia - marco.madonia@alessandrianews.it  
27 Novembre 2013
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Omofobie: chi discrimina è la persona da curare?

Si è svolto a Casale Monferrato il convegno organizzato dall’Ordine degli psicologi del Piemonte, riconosciuto dall’Unar e dal Ministero per le Pari Opportunità, sulle discriminazioni omofobiche in Italia. Tanti gli interventi di esperti per fare il punto su ciò che è riconosciuto scientificamente in materia. "Occorre parlarsi di più e superare i nostri tabù sulla sessualità"

Si è svolto a Casale Monferrato il convegno organizzato dall?Ordine degli psicologi del Piemonte, riconosciuto dall?Unar e dal Ministero per le Pari Opportunità, sulle discriminazioni omofobiche in Italia. Tanti gli interventi di esperti per fare il punto su ciò che è riconosciuto scientificamente in materia. "Occorre parlarsi di più e superare i nostri tabù sulla sessualità"

CASALE MONFERRATO – “E’ stata una serata di riscatto per la città e per tutti coloro che pensano che l’omosessualità non sia una malattia né un pericolo per la società, posizione riconosciuta da tempo da tutta la comunità scientifica, ma non dalle persone e dalle organizzazioni che qualche mese fa organizzarono un dibattito ‘informativo’ nella facciata ma profondamente disinformativo e propagandistico nei contenuti”. Questa in estrema sintesi la valutazione espressa dai promotori del convegno che lunedì 25 novembre si è svolto all’istituto Leardi di Casale Monferrato. Il tema della serata è stato quello delle “Omofobie”, “al plurale – come ha spiegato Emanuela Serafino, referente per il Punto Informativo degli Psicologi di Alessandria: una scelta per entrare in concreto nel tema dell’omofobia e delle sue diverse forme, andandole a indagare negli ambienti dove più facilmente si manifestano: la scuola, i luoghi di lavoro e quelli pubblici”. 

Sul palco si sono così alternati diversi relatori, chiamati a tracciare un percorso che parlasse di Etica nel counselling e nella psicoterapia e della storia delle ‘teorie riparative’ (Laura Venditti), della strutturazione di identità per le persone LGBTQI (Michele Scarzella), fino a toccare i temi del bullismo omofobico, anche nella sua dimensione di cyberbullismo (Carlo Berrone), delle discriminazioni e delle difese che l’ordinamento giuridico mette a disposizione (Francesco Zagarese), per approdare a una riflessione finale che è stata forse il vero fulcro della conferenza: per parlare di omosessualità in Italia occorre prima di tutto parlare di sessualità, un tema troppe volte ancora tabù e in grado di creare imbarazzi e posizioni di chiusura, dettate da paura e pregiudizi (Fabio Veglia).

“L’obiettivo dell’incontro – raccontano gli organizzatori – è fare informazione corretta utile alla prevenzione di ogni forma di discriminazione. E’ sotto gli occhi di tutti quanto sia pericoloso il fenomeno omofobico, una pratica subdola che spesso colpisce ragazzi molto giovani, portandoli alla depressione, all’isolamento e in qualche tragico caso perfino al suicidio, come ci raccontano drammaticamente le notizie di cronaca”.

Nel 2012 si sono registrati in Italia 144 casi di discriminazione omofobica segnalati all’Unar (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Raziali), l’11,2% del totale dei casi di discriminazione. A denunciare, quasi sempre, sono i testimoni delle violenze subite e non i diretti interessati. Nel 37% dei casi la vessazione omofonica si registra in luoghi pubblici, ma anche sui media si possono registrare casi di comunicazione non corretta e offensiva.

Fra le conseguenze delle discriminazioni ci sono gravissimi problemi per chi è discriminato, dalla perdita di autostima all’isolamento, dall’abbandono scolastico fino alla depressione e, nei casi più gravi, al suicidio. E’ shockante scoprire come un terzo delle persone omosessuali (secondo uno studio americano) sia stato toccato almeno una volta dall’idea del suicidio, frutto spesso non di un malessere interiore ma di una discriminazione omofobica che finisce per essere interiorizzata, figlia di un processo culturale che molta strada deve ancora compiere nella nostra società.

Qualcosa però a livello mondiale è già stata fatta, come l’aver messo al bando ogni forma di terapia “riparativa”, figlia di un’impostazione ormai anacronistica secondo la quale l’omosessualità sia un disturbo da curare. Da tempo invece la comunità scientifica ha riconosciuto l’omosessualità come ‘una variante naturale della sessualità umana’, proibendo ogni forma di intervento volto coattivamente a produrre un riorientamento sessuale della persona. L’obiettivo deve essere sempre e solo quello del benessere dell’individuo, lungo un percorso che conduca alla piena accettazione del proprio sé, un cammino che spesso inizia nella preadolescenza e può richiedere decine di anni per essere completato. La scoperta della propria omosessualità rappresenta un vero e proprio lutto da elaborare, che comporta l’abbandono di un progetto di vita che prima era dato per scontato e che culturalmente comincia a essere presentato ai bambini dall’età di 3 – 4 anni. Attraverso le fasi del diniego (forse non è vero), della rabbia (perché io?), del patteggiamento (farò finta di niente), della depressione (sarò infelice, vagherò) si giunge infine all’accettazione (io sono così), a meno che vessazioni subite non conducano prima a una fine tragica.

Lungo questo cammino è fondamentale non sentirsi soli, e i relatori hanno ricordato il ruolo fondamentale svolto da quelle organizzazioni che si pongono al fianco delle persone omosessuali, fra le quali Arcigay e arcilesbiche, Mit, Agedo, Famiglie Arcobaleno, Circolo Maurice e, sul territorio alessandrino, Tessere le Identità).

Quando la discriminazione non è palese, può comunque essere subdola e velata. A dispetto di un’apparente piena accettazione si viene poi discriminati non ricevendo un lavoro, o essendo relegati al margine della vita sociale. Le conseguenze negative non riguardano però solo chi è discriminato ma anche chi discrimina, destinato, secondo alcune indagini sociologiche presentate durate la serata, a una maggiore incidenza di condanne penali, all’abuso di alcol e sostanze, a lavori di basso prestigio e a basso reddito.

Fondamentale è il ruolo della legge e della giusprudenza, intesa come baluardo contro ogni forma di discriminazione, sebbene serva un percorso culturale che affianchi legislatori e magistratura per fare in modo che il diritto si evolva, secondo un progredire di tutele che ha ancora molta strada da fare. In Italia la situazione è ancora molto complessa, con situazioni che cambiano in maniera significativa anche da regione a regione, generando in qualche caso un vero e proprio ‘turismo giuridico’ per vedere accolti richieste e diritti che troppo spesso restano riconosciuti solo in via teorica. Esistono poi veri e propri “buchi neri”, come quelli costituiti dalle carceri, dove date le difficilissime condizioni della detenzione, le vessazioni omofobiche possono raggiungere la loro forma più cruda e meno controllata.

“E’ un peccato sia mancato il confronto con chi ha organizzato il convegno precedente – hanno concluso gli organizzatori – anche perché solamente attraverso una discussione serena è possibile vincere pregiudizi e costruire un percorso di crescita per la comunità. La verità è che sul tema LGBTQI c’è ancora moltissimo da ricercare, e le sigle non possono che finire per semplificare a volte troppo. Ciascun individuo ha un proprio percorso personale, e anche le diverse problematiche da affrontare meritano trattazioni distinte. L’omofobia è un termine giornalistico, ma difficile da ricondurre a un quadro clinico. E’ sbagliato colpire una paura, semmai va compresa e curata. Il punto di partenza è quello di una società con tanti tabù e poca capacità di parlare liberamente di sessualità, riconoscendo la capacità potenziale di tutti di eccitarsi davanti a uno stimolo che possa arrivare anche da persone dello stesso sesso. Ciò che è sbagliato è il meccanismo per cui ci si difende dalle proprie paure attaccando gli altri. Serve la capacità di ascoltare, di farsi contaminare, di mettere in gioco le proprie idee accettando che si provi a confutarle. Sull’omosessualità e le sue cause di origine si conosce ancora pochissimo, ma si rileva che circa il 40% delle persone (a prescindere dal proprio orientamento sessuale) ha disturbi della sessualità. In un contesto del genere allora forse sarebbe più sano cominciare a parlare di sessualità e di rapporto con se stessi, in un clima di cultura della sessualità che restituisca a tutti la capacità di affrontare la propria vita con più serenità, meno paura e maggiore apertura al confronto.

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