Armaria e Charta: la lectio magistralis
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18 Dicembre 2013
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Armaria e Charta: la lectio magistralis

Nel secondo incontro dedicato al tema dei Francescani e francescanesimo a Casale dal XIII al XVI secolo la storia del convento e della chiesa di San Francesco a Casale dal Trecento alla fine dell’autonomia comunale casalese

Nel secondo incontro dedicato al tema dei Francescani e francescanesimo a Casale dal XIII al XVI secolo la storia del convento e della chiesa di San Francesco a Casale dal Trecento alla fine dell’autonomia comunale casalese

CASALE MONFERRATO – Armaria et Charta ha registrato il tutto esaurito nell’appuntamento di domenica 15 dicembre, il secondo appuntamento della seconda stagione. Dopo i saluti di Anna Maria Bruno, una delle “menti” della manifestazione, è intervenuto il vicesindaco Emanuele Capra che ha portato i saluti dell’amministrazione comunale, per un’iniziativa organizzata con il supporto dell’Assessorato al Turismo e Manifestazione di Casale, con la Diocesi di Casale, l’Ente Biblioteca del Seminario, l’Archivio Storico Diocesano e il Comune di Conzano. Molto numeroso e variegato il pubblico, appassionato di storia locale, che ha ascoltato con attenzione la lectio magistralis del professor Bruno Ferrero che, in questo secondo incontro dedicato al tema dei Francescani e francescanesimo a Casale dal XIII al XVI secolo, ha tracciato la storia del convento e della chiesa di San Francesco a Casale dal Trecento alla fine dell’autonomia comunale casalese (1569).

La prima chiesa di San Francesco in Casale, di cui Ferrero parlò a lungo nel primo incontro di novembre di Armaria et Charta, ebbe vita breve. L’edificio che era completato nel 1295 ma viene abbattuta circa 50 anni dopo (1345). Il piano di rinascita (sia culturale sia architettonica) voluto dal marchese Giovanni II a inizio ‘300 investe anche il complesso, convento e chiesa, francescano. Il nuovo edificio voluto dal marchese rimase poi sostanzialmente invariato nella planimetria fino all’abbattimento ottocentesco.

Ma perché il marchese s’impegnò con energia e munificenza a ricostruire il complesso di edifici francescani? Il professor Ferrero nella sua esposizione ha smontato alcune teorie che sono state proposte in merito. Si pensava in passato che la ricostruzione fosse un ex-voto per la vittoria riportata nella Battaglia di Gamenario (22 aprile 1345). Ma Ferrero ha fatto notare che, come ex-voto, Giovanni II fece costruire San Giorgio in Asti. Altri storici sostenevano che la chiesa di San Francesco fosse stata ricostruita per diventare il sepolcreto del marchese. Anche questa ipotesi non ha retto alla ricerca documentaria di Ferrero, in particolare perché solo con il marchese Gian Giacomo (1445) la chiesa accolse le spoglie dei marchesi. Ferrero ha così dimostrato che Giovanni II fosse il propugnatore, anzi l’artefice di un disegno politico-religioso che mirava ad arginare i poteri vescovili (della diocesi di Vercelli) sul marchesato stesso, promuovendo l’insediamento dei francescani, ordine non condizionato dall’influenza vescovile. L’abile strategia marchionale arrivava a ingerire anche sulle nomine vescovili nelle sedi di Alba e Acqui, oltre che influenzare le nomine dei prevosti del Capitolo di Sant’Evasio (prevosti che erano i vicari del Vescovo di Vercelli in Casale). Un disegno di alta politica che i marchesi promossero fino alla fondazione della sede vescovile di Casale (1474).

Un ruolo di sostegno degli ordini religiosi, non assoggettati al potere del Vescovo, che si estese anche al vescovado di Betlemme. Quando infatti verso il 1200, il vescovo di Betlemme lasciò la Terra Santa, perché la città era caduta in mano musulmana, fu accolto in Francia, dove esistevano dei possedimenti che alcuni crociati avevano destinato per i vescovado di Betlemme. Questo vescovado nel ‘400 inizia a orbitare nell’influenza dei Marchesi di Monferrato, che con munifiche donazioni, si accaparrano il diritto di nomina, arrivando così a indicare i 4 vescovi che nel corso del 1400 si succedettero in questa carica. A inizio ’500, con la nascita della sede vescovile di Casale, scompare l’interesse marchionale nei confronti del vescovado di Betlemme, che ritorna in area e influenza francese, fino alla sua scomparsa (1801). Due vescovi betlemiti del ‘400 sono francescani, come Giovanni Berrettino Colombo di Cuccaro.

Ma quali furono nel corso del ’300 i rapporti tra istituzione comunale di Casale e ordine francescano? Il racconto del professor Ferrero ha permesso di comprendere lo stretto legame che intercorse, fin dalle origini, tra la comunità casalese e il convento francescano, custode di una copia degli statuti comunali: Casale confida quindi pienamente nei francescani e affida loro la sostanza delle sue istituzioni. Diversi sono anche gli statuti in cui il Comune difende le proprietà francescane. Nello statuto numero 1228, il Comune crea una sorta di area di rispetto verso gli edifici sacri, con particolar attenzione per la chiesa di San Francesco, che nell’elenco viene menzionata prima di Sant’Evasio. Negli statuti 1330-1332, il Comune si impegna a erogare ai francescani gli emolumenti (elemosina pubblica) per consentire loro di “provvedersi di vestiti” e per mantenere il convento. L’importanza che i francescani rivestono per le istituzioni comunali casalesi si comprende appieno considerando come l’ordine di San Francesco diventa la difesa spirituale della città, con la piena disponibilità ai problemi umani cittadini, ma rimanendo equidistante dal potere, con un forte ruolo di pacificatori nel borgo. I francescani diventano così importanti strumenti di difesa, tanto quanto le mura cittadine.

Ordine francescano nel ‘400 casalese. L’importanza del convento francescano casalese si accresce nel corso del ‘400. Nel 1427, il capitolo generale dell’Ordine si tiene in Casale e tra il 1430 e il 1442 un francescano casalese è nominato ministro generale dell’Ordine. I capitoli generali si tenevano ogni tre anni, in un luogo di particolare rilevanza francescana; luogo proposto dal ministro generale e avvallato dal Papa. Nel 1424, il capitolo si tenne a Ferrara, quando il ministro generale Antonio da Massa propose Casale motivando la scelta perché la città era “capace, utile e idonea” alla celebrazione del capitolo. Il Papa, Martino V, accolse la scelta. Il capitolo casalese inizia l’8 giugno 1427. Non conosciamo i dettagli del capitolo perché i documenti andarono persi, ma Ferrero ha potuto dedurre dalla documentazione coeva alcuni importanti dettagli: i partecipanti al capitolo furono 1057, le sessioni si tennero in San Francesco e la figura che più emerse fu quella di Fra Guglielmo Rabazzoglio. Le spese del capitolo furono sostenute dal Marchese e il prevosto di Sant’Evasio si adoperò per il successo del capitolo, a tal punto da essere onorato da parte di Antonio da Massa, il ministro generale, del privilegio della “fratellanza”.

Il successivo capitolo si tenne (1430) in Assisi nel momento di maggior scontro fra la componente conventuale (sostenuta da Antonio da Massa) e quella osservante dell’ordine. L’osservanza francescana riuscì a far eleggere Frà Guglielmo Rabazzoglio da Casale come ministro generale, che venne poi confermato fino alla morte (1442) sopraggiunta a Firenze. Frà Guglielmo fu un personaggio influente, già procuratore generale presso la Santa Sede e in diversi casi anche diplomatico per i Papi. Venne poi sepolto in San Francesco a Casale. L’osservanza francescana fece la sua comparsa in Monferrato nel 1423, con la fondazione della chiesa in San Maurizio di Conzano e in seguito con la predicazione di San Bernardino verso il 1433-34 come ha sostenuto Bruno Ferrero e non nel 1418 come già indicato da altre fonti.

Nel 1438, la chiesa di San Francesco aveva bisogno di urgenti lavori di ristrutturazione. I frati non ne avevano la disponibilità, ma ottennero da Papa Eugenio IV l’indulgenza di sette anni per chi avesse visitato San Francesco e poi avesse fatto una donazione. I lavori così furono completati velocemente. Nel 1440, in San Francesco, si tenne una cerimonia solenne, ovvero il matrimonio per procura della principessa Amedea di Monferrato, figlia del marchese Gian Giacomo, con Giovanni II, il Re di Cipro e Gerusalemme, alla presenza della corte monferrina e del cardinale di Cipro .
Nel 1445, le spoglie di Gian Giacomo furono accolte dalla chiesa di San Francesco. Gian Giacomo fu il primo marchese a essere inumato nella chiesa.

Umanesimo e rinascimento nella Casale del ’400. Diverse figure francescane casalesi furono molto importanti nel fare da tramite tra lo spirito rinnovatore della corte marchionale e il mondo francescano. In particolare Giovanni Berrettino Colombo di Cuccaro, vescovo di Betlemme, mediò l’ingresso dell’osservanza in Casale, su pressione della corte monferrina, e li fece ospitare in San Francesco. Il rinnovamento di ispirazione marchionale influenzò molto il complesso, chiesa e convento, francescano. Con l’indulto di Sisto IV (13 aprile 1473) fu possibile devolvere legati “ad pias causas” per la riparazione e la costruzione in San Francesco di: campanile, biblioteca, infermeria, loggia, e incrementare “lo studio francescano”. Un rinnovamento non solo architettonico, ma anche culturale di Casale e del mondo francescano.
Negli interni di San Francesco, sostiene Bruno Ferrero, viveva così il binomio religiosità e bellezza. La chiesa con i suoi interni era una vera e propria opera d’arte che ispirava religiosità ma anche e soprattutto il senso della bellezza. Una religiosità e un fervore francescano, che percorrono la Casale del ‘400, così importanti da indurre quasi una gara tra le famiglie nobili per la realizzazione delle cappelle in San Francesco. In effetti, nella sola seconda metà del ‘400 nacquero ben 20 cappelle, mentre solo due nel ‘500. La stretta interazione tra Comune di Casale e francescanesimo che abbiamo conosciuto per il ‘300 e il ‘400 prosegue anche nel ‘500 e in particolare affiora in due momenti. Tra il 1533 e il 1536, è vivo il dibattito per la libertà e l’indipendenza di Casale rispetto al Monferrato. Nel 1534, il commissario imperiale giunge a Casale per raccogliere testimonianze e avviare l’istruttoria. Due frati francescani depongono a favore del Comune e della rivendicazione di indipendenza. Tra il 1564 e il 1569, il Comune tenta di difendersi dall’assolutismo di Guglielmo Gonzaga. I francescani offrono la propria chiesa come luogo per le adunanze e si adoperano per un sostegno effettivo alle richieste del Comune. Gugliemo Gonzaga opera però una vera e propria “macchina del fango” contro i francescani casalesi. In particolare si adoperò con il proprio ambasciatore a Milano presso il cardinale Carlo Borromeo per spingerlo a sopprimere il convento casalese, pieno di “frati cospiratori” a fianco di cittadini rivoltosi. In quest’occasione non riuscì nel proprio intento, ma nel 1567 scelse la chiesa di San Francesco per alloggiare i soldati giunti in città per controllarla. Dopo la morte di Olivero Capello, ne fece distruggere anche il sepolcro di famiglia in San Francesco, e mise sotto sorveglianza (1569) il capitolo provinciale francescano tenutosi a Casale. Il 17 ottobre 1569 i Casalesi giurarono fedeltà al duca di Mantova in Sant’Evasio. Fini così, sotto i colpi dell’assolutismo gonzaghesco, la libertà del Comune di Casale. Iniziò però anche una nuova storia per il mondo francescano casalese.

Al termine della relazione, Manuela Meni, archivista della Diocesi, l’altra mente di “Armaria et Charta”, ha illustrato due manoscritti: il “De conceptu virginali” di Pietro da Candia e il manuale liturgico del Capitolo, datati al XV secolo, conservati nella Biblioteca del Seminario Vescovile e nell’Archivio Capitolare.

Armaria et Charta tornerà nell’anno nuovo con appuntamenti a cadenza mensile: il primo è in calendario per domenica 12 gennaio, con una visita guidata (partenza alle ore 14,30 da piazza Coppa) dedicata “Alla riscoperta delle presenze artitistiche della perduta chiesa di S.Francesco”, con la partecipazione di Massimiliano Caldera – Ispettore della Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici del Piemonte.

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