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“Casale è morta un’altra volta, ma la battaglia non finisce”
Indignazione e rabbia a Casale per la sentenza della Corte di Cassazione che ha annullato le condanne a Stephan Schmidheiny, il magnate svizzero della fabbrica Eternit. Ma anche determinazione a proseguire la battaglia,sul piano legale e legislativo. "Reato prescritto? L'Eternit è ancora prodotto in tanti paesi, andremo avanti anche per loro, prima che ci siano altre stragi"
Indignazione e rabbia a Casale per la sentenza della Corte di Cassazione che ha annullato le condanne a Stephan Schmidheiny, il magnate svizzero della fabbrica Eternit. Ma anche determinazione a proseguire la battaglia,sul piano legale e legislativo. "Reato prescritto? L'Eternit è ancora prodotto in tanti paesi, andremo avanti anche per loro, prima che ci siano altre stragi"
CASALE MONFERRATO – Rose bianche sotto la statua Carlo Alberto, uno dei simboli della città di Casale, città indignata e ferita, ancora una volta, dalla sentenza emessa mercoledì sera dalla Corte di Cassazione. I fiori li hanno depositati i casalesi, soprattutto studenti, che ieri, giovedì, hanno organizzato un corteo spontaneo, nato nella notte, subito dopo la pronuncia della sentenza. “Reato prescritto”: parole che pesano come un macigno. Insieme alla rabbia, l’indignazione e il dolore, arriva anche la forza di tutta la città ad andare avanti in una battaglia che non è solo per Casale. Cinquanta morti l’anno per mesotelioma, tumore che è diretta conseguenza della “polverina” bianca e insidiosa prodotta dalla fabbrica della morte, l’Eternit. La fabbrica è ancora lì, dismessa. La responsabilità del magnate svizzero Stephan Schmidheiny sarebbe cessata, secondo la Cassazione, nel momento in cui la produzione è terminata. E’ questo che fa più male ai casalesi, perchè i cittadini il “polverino” hanno continuato a respirarlo per decenni, anche dopo la chiusura.
Fa più male del risarcimento sfumato, insieme al senso di giustizia, alla vittime, stabilito dalla sentenza di primo e secondo grad . “Chi si è costituito parte civile al processo non lo ha fatto per i soldi. Altrimenti avrebbe accettato la transazione proposta da Schmidheiny. Qualcuno, quei soldi,li ha anche presi. Per cosa, mi chiedo ora?” dice una casalese che fa parte dell’associazione vittime dell’amianto.
A Casale non c’è famiglia che non abbia conosciuto la morte per mesotelioma, chi ha perso un padre, chi una figlia, il marito, o un amico. Come spiegare a loro che il reato di disastro doloso e omissione delle norme di sicurezza non è più tale, che è tardi?
“E ora ci vengono a dire che il reato è prescritto? Che le responsabilità di Schmidheiny sono finite quando ha chiuso la fabbrica. Ma io vorrei affiggere ovunque le foto dell’interno della fabbrica,che è ancora lì, con l’amianto dentro. Urla vendetta questa cosa”, dice Assunta Prato, una delle anime dell’associazione famiglie delle vittime. “Mio marito è morto a 49 anni, io ne avevo 45. Lui era anche amministratore pubblico, ha fatto tutto il possibile per ottenere la bonifica del sito”. Non ha più neppure la voglia di indignarsi e piangere, Assunta. “Andremo avanti nella nostra battaglia”.
Al pronunciamento della sentenza, mercoledì, a Roma, sono partiti i fischi. “Noi piemontesi non siamo abituati a lamentarci, se piangiamo lo facciamo in silenzio, ma quei fischi erano l’urlo dell’indignazione. Non è stato possibile tacere”.
“E ora ci vengono a dire che il reato è prescritto? Che le responsabilità di Schmidheiny sono finite quando ha chiuso la fabbrica. Ma io vorrei affiggere ovunque le foto dell’interno della fabbrica,che è ancora lì, con l’amianto dentro. Urla vendetta questa cosa”, dice Assunta Prato, una delle anime dell’associazione famiglie delle vittime. “Mio marito è morto a 49 anni, io ne avevo 45. Lui era anche amministratore pubblico, ha fatto tutto il possibile per ottenere la bonifica del sito”. Non ha più neppure la voglia di indignarsi e piangere, Assunta. “Andremo avanti nella nostra battaglia”. Al pronunciamento della sentenza, mercoledì, a Roma, sono partiti i fischi. “Noi piemontesi non siamo abituati a lamentarci, se piangiamo lo facciamo in silenzio, ma quei fischi erano l’urlo dell’indignazione. Non è stato possibile tacere”.
Non arrendersi, quindi. E’ la forza della disperazione e della rabbia a spingere avanti. “Questa è una sentenza che non tiene conto dei progressi scientifici, che non tiene conto della realtà che non tiene conto delle potenzialità di inquinamento che hanno delle produzioni industriali. – dice il sindaco di Casale Titti Palazzetti – La Corte di Cassazione ha perso l’opportunità di emettere una sentenza innovativa che avrebbe avuto un valore internazionale. Ed ha ripiegato su una sentenza conservativa che guarda caso dalla parte del più forte e ha lasciato solo e senza giustizia migliaia di persone.
Schmidheiny ha stabilimenti in Cina, in Perù in Russa, in Brasile… e continua a produrre imperterrito amianto, dove non è ancora stato bandito. Ci saranno altre stragi anche in questi paesi. Ci stiamo battendo anche per loro”.
Il neo sindaco ha già ben chiaro cosa fare: “Continueremo la nostra battaglia in due sedi, legale e parlamentare. Abbiamo già chiesto incontro a Renzi anche per parlare delle conseguenze economiche perchè questa sentenza aggrava il problema economico della bonifica”.
Titti Palazzetti ricorda bene quell’offerta del diavolo, rifiutata due anni fa, prima della sentenza di primo grado: “Erano stati offerti a Casale 18 milioni di euro per uscire dal processo. Noi ci siamo battuti con tutta la città perchè non fosse accettata. Alla luce di questa sentenza non sono pentita di quella scelta. Anzi ne sono ancora più convinta. Di fronte ad una bonifica che richiede più di 100 milioni di euro, 18 milioni sono briciole”.
Sul piano legale, Casale sarà a fianco del pubblico ministero Raffaele Guariniello, che istituì il primo processo. “C’è un Eternit bis e ter in fase di istruttoria. Parteciperemo. Chiederemo che venga cambiata la legge perchè queste prescrizioni non si ripetino più”.
Credere ancora nella giustizia italiana? “Se me lo chiedete ora, devo rispondere di no”, dice ancora Assunta Prato. “Domani spero di tornare a dire sì, che ci credo”.
Schmidheiny ha stabilimenti in Cina, in Perù in Russa, in Brasile… e continua a produrre imperterrito amianto, dove non è ancora stato bandito. Ci saranno altre stragi anche in questi paesi. Ci stiamo battendo anche per loro”.
Il neo sindaco ha già ben chiaro cosa fare: “Continueremo la nostra battaglia in due sedi, legale e parlamentare. Abbiamo già chiesto incontro a Renzi anche per parlare delle conseguenze economiche perchè questa sentenza aggrava il problema economico della bonifica”. Titti Palazzetti ricorda bene quell’offerta del diavolo, rifiutata due anni fa, prima della sentenza di primo grado: “Erano stati offerti a Casale 18 milioni di euro per uscire dal processo. Noi ci siamo battuti con tutta la città perchè non fosse accettata. Alla luce di questa sentenza non sono pentita di quella scelta. Anzi ne sono ancora più convinta. Di fronte ad una bonifica che richiede più di 100 milioni di euro, 18 milioni sono briciole”.
Sul piano legale, Casale sarà a fianco del pubblico ministero Raffaele Guariniello, che istituì il primo processo. “C’è un Eternit bis e ter in fase di istruttoria. Parteciperemo. Chiederemo che venga cambiata la legge perchè queste prescrizioni non si ripetino più”.
Credere ancora nella giustizia italiana? “Se me lo chiedete ora, devo rispondere di no”, dice ancora Assunta Prato. “Domani spero di tornare a dire sì, che ci credo”.