Natale e il coraggio di andare oltre l’ipocrisia
Le parole di Max Biglia
Da Max Biglia, riceviamo e pubblichiamo questa riflessione, a pochi giorni dal Natale.
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È Natale anche quest’anno nel Regno delle frasi sfatte e degli auguri a chiunque.
La celebrazione più significativa tra le teste comandate di questo duraturo presepio di apparenze e belle statuine. Chi sceglierà di essere più buono, lo faccia per i cannibali o non lo faccia per niente e, non dimentichi la dignità.
Così, nel tempo della ragione, delle complessità, del pensiero pensato ancor prima di pensarlo e, del significato delle parole, elementi questi, che mi rendono fragile ma non così trattenuto, dubbioso ma determinato e combattuto, in questa ricerca sul mio credo interiore, intimo, antropico, sociale. Il mio posto nel mondo. Per me non credere significa soprattutto non essere un credulone tra questi adulatori benpensanti. E che forse le persone oggi, senza generalizzare, desiderano gli ipocriti, gli ottusi arroganti, i ministri di una santità vuota e opportunista ma considerata, con forme di venerazione grottesche. Intendiamoci, io non sono certo un virtuoso del comportamento, ma un disadattato di questo tempo sì, perché fare come fanno taluni è un vero e proprio esercizio di magia. L’ipocrisia è stile, linguaggio, maleducazione, prepotenza. Le parole dell’ipocrita sono ampollose, ma giuste, retoriche, ma ferme, un potere che nasce da un’ipnosi collettiva e da un’abdicazione della ragione.
Per questo penso e sostengo ciò che ha affermato Maurizio Landini, che sia cioè, arrivato il momento di una vera e propria rivolta sociale, perché avanti così, non si può più andare. Un’affermazione giudicata e sapientemente rielaborata da più di qualche “ordinario” come favoreggiatrice di violenza, suscitando ilarità, polemiche, scalpori, soprattutto da coloro che dagli scranni dell’Assemblea sbraitavano, sbavavano, avevano soluzioni per tutto e sì, fomentavano e fomentano con grande perizia gli adulati ossequianti a quella violenza repressa e a queste brutture, nelle quali ci siamo adattati. A chi oggi detiene il potere, quel “potere su di sé” e comunica fantasie, menzogne, virtù che accendono la cupidigia dei più e il beneficio solo di qualcuno, crea certamente affanno una rivolta sociale nella quale si possa riaprire il tempio tra le tempie, restituendo forza all’intelligenza, alla partecipazione, alla giustizia ma, adoperano la mitezza che è il contrario della prepotenza dove il proposito non è quello di gareggiare, di confliggere ma rendere più giusta la realtà delle persone, contro la rinuncia, le paure, la rassegnazione.
Quindi auguri a chi ingrandisce tutte le piccole cose, le più nascoste e scomode senza il bisogno di grandiosità, a chi cura l’umanità e il “Noialtri”, a chi sa che la parola eroe ha quattro lettere di troppo, a chi non fa finta (di niente), a chi non avendo paura della paura smette di parlare di coraggio e continua a lavorare sulla paura, a chi ha più radici, più patrie, più padri, più madri, più figli, più doppi sensi e, meno presunzione. Auguri dicevo a chi non tiene le idee conserte, a chi divide il buono dal bene per far del bello, e finalmente, auguri con il veramente a chi vorrà sfrattare chi abita il Natale solo a Natale.