Colpo Intesa Sanpaolo di Casale: i buchi neri del furto da 15 milioni
I tentativi falliti del 2021, le mappe del sottosuolo e tanto altro che ancora resta da scoprire...
CASALE MONFERRATO – Quando è passato un anno e mezzo dal clamoroso furto da 15 milioni di euro nel caveau della filiale Intesa Sanpaolo di Casale Monferrato (era il novembre del 2023), cosa non abbiamo ancora considerato della vicenda?
Quello che sappiamo e che ci sono i nomi di 11 indagati (che potrebbero non essere gli unici della vicenda…), e sappiamo che parallelamente all’attività degli inquirenti è proseguita l’attività risarcitoria di Intesa Sanpaolo nei confronti dei cassettisti derubati: in alcuni casi la banca ha avanzato offerte ritenute congrue (i casi più semplici da gestire, secondo gli addetti ai lavori, sono stati comprensibilmente quelli con cassette di dimensioni minori e contenuti più facilmente tracciabili) ma in altri le trattative, ancora in corso, risultano complesse. Le interlocuzioni si sono talvolta arenate sulla prova del contenuto delle cassette. L’istituto avrebbe preteso certificazioni di autenticità per gioielli, pietre preziose e orologi, complicando notevolmente le richieste. Un caso ha riguardato alcuni orologi di lusso – in particolare Rolex – per i quali è stato possibile ottenere un risarcimento completo grazie alla registrazione ufficiale presso la casa madre. Rolex dispone infatti di un archivio internazionale che associa il numero seriale dell’orologio all’acquirente, rendendo possibile l’identificazione anche in assenza del certificato fisico.
Una media di 60mila euro a derubato…
Le cassette derubate sono state 253 sulle 1.440 presenti nei locali blindati. Partendo dall’importo complessivo di 15 milioni (per alcuni dei coinvolti una cifra ritenuta inferiore alla realtà) sappiamo che in media ognuna di loro è stata “alleggerita” di quasi 60 mila euro. In diversi casi sembra però che i beni custoditi superassero i 200mila euro per singolo cliente.
L’esame del dna
Recentemente la Procura di Vercelli ha notificato un avviso di accertamenti tecnici irripetibili ai sensi dell’art. 360 c.p.p. a undici indagati, tutti italiani, per procedere all’analisi del DNA su reperti biologici rinvenuti nel tunnel e nel caveau. Si tratta di un passaggio investigativo cruciale, volto a stabilire con precisione la presenza fisica dei soggetti sui luoghi del reato.
Due tentativi precedenti?
Quello che emerge è tuttavia anche un elemento finora poco evidenziato: i presunti responsabili del colpo avrebbero già effettuato due tentativi precedenti di accesso al caveau della Intesa Sanpaolo, rispettivamente nel gennaio e nel settembre/ottobre del 2021. In entrambi i casi l’azione criminale non si concretizzò per cause indipendenti dalla volontà dei soggetti, tra cui l’interruzione dei lavori di scavo a causa di cantieri edili in zona.
Tale elemento, oltre a tratteggiare in maniera più vivida i contorni del modus operandi del presunto sodalizio criminale, potrebbe aumentare l’ipotetica responsabilità (almeno in termini di colpa) dell’istituto bancario che – pur potendo rilevare anomalie e comportamenti sospetti già due anni prima del furto – non avrebbe adottato misure preventive adeguate.
Non ci sarebbero stati sufficienti controlli sulle persone che affittavano nuove cassette, anche sconosciute alla banca, e sarebbe conseguentemente mancato il monitoraggio dei loro movimenti.
Il dilemma del sottosuolo
Altro punto sensibile riguarda il sistema di allarme della banca. L’impianto funzionava regolarmente, era in qualche modo disattivato o addirittura non funzionante nel weekend del colpo? I malviventi, nel caso, erano a conoscenza di queste falle?
Come facevano poi gli autori del colpo a sapere che, dalla lontana via Lanza era possibile dirigersi attraverso le fognature fino al caveau (dal civico da dove i ladri hanno fatto accesso al sottosuolo alla banca la distanza, in superficie, è di 600 metri a piedi)? Sarebbe servito conoscere l’esistenza, ed entrare poi in possesso di una mappa dettagliata della rete fognaria urbana: impensabile che tutto sia stato frutto di una sfacciata casualità. C’è stato allora un basista tecnico? Magari un professionista con accesso a vecchi progetti o con legami con il territorio?
Di certo è che i lavori della banda nel sottosuolo hanno provocato anche danni “collaterali”. Alcuni dei residenti nei palazzi vicini o sottostanti il percorso dei “ladri-talpa” segnalano perdite di acque nere dalla fogna nelle cantine. Anche a questi inconvenienti si dovrà far capo.