Monviso, crisi climatica: ghiacciaio quasi estinto, crolli e Po in sofferenza
Società
Monica Gasparini   
4 Settembre 2026
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22:00 Logo Newsguard
Ambiente

Monviso, crisi climatica: ghiacciaio quasi estinto, crolli e Po in sofferenza

Il Coolidge ridotto a poche placche di ghiaccio, la parete nord-est sempre più instabile e la portata del grande fiume in forte calo: Legambiente rilancia l’allarme dal Re di Pietra.

TORINO – Monviso, tre allarmi per la crisi climatica: ghiacciaio quasi estinto, crolli e Po in sofferenza.

Il ghiacciaio del Coolidge ormai ridotto a glacionevato, la crescente instabilità della parete nord-est e la forte riduzione della portata del Po. Sono i tre segnali d’allarme individuati dalla Carovana dei ghiacciai di Legambiente sul Monviso, ultima tappa piemontese della campagna dedicata allo stato di salute dell’arco alpino.

«Non è caldo, è crisi climatica» è il messaggio lanciato dalla sorgente del Po, a Pian del Re, ai piedi del Monviso. La Carovana, accompagnata dagli esperti di Arpa Piemonte e dai guardiaparco dell’Ente di gestione delle aree protette del Monviso, ha osservato direttamente le trasformazioni in corso sulla montagna più alta delle Alpi Cozie, con i suoi 3.841 metri.

Del ghiacciaio del Coolidge, che un tempo caratterizzava la parete nord-est, resta ormai ben poco. Declassato nel 2022 a glacionevato, presenta oggi soltanto placche di ghiaccio circondate da rocce e detriti. Secondo gli ultimi dati disponibili di Arpa Piemonte, riferiti al 2022, il Coolidge Superiore è formato da due placche indipendenti: una di circa 3.500-4.000 metri quadrati e l’altra di 9.500-10.000 metri quadrati, con uno spessore che non sembrerebbe superare i 4-5 metri. Il Coolidge Inferiore è invece quasi completamente coperto da detriti, con piccoli lembi di ghiaccio ancora visibili nella parte sommitale.

Crolli e permafrost, la montagna diventa più instabile

L’altro grande tema riguarda l’instabilità delle pareti rocciose, legata anche alla degradazione del permafrost. Particolare attenzione è rivolta alla parete nord-est del Monviso, circa 1.200 metri di dislivello caratterizzati da rocce fortemente fratturate.

Il crollo del primo settembre è soltanto l’ultimo di una lunga serie. Nella notte del 6 luglio 1989 il collasso del ghiacciaio Coolidge Superiore trascinò a valle circa 200 mila metri cubi di ghiaccio, rocce e detriti. Il 26 dicembre 2019, invece, dalla zona sommitale del Torrione del Sucai, intorno ai 3.200 metri di quota, precipitarono tra i 60 mila e gli 80 mila metri cubi di roccia. Negli anni alcuni episodi hanno comportato anche la chiusura temporanea del sentiero per il rifugio Quintino Sella.

Durante la tappa sono stati osservati anche i rock glacier, accumuli di detriti rocciosi permeati da ghiaccio tipici degli ambienti periglaciali. Secondo gli esperti possono rappresentare importanti riserve d’acqua e assumere un ruolo crescente con la progressiva scomparsa dei ghiacciai.

Il Po e il legame tra montagna e pianura

La crisi climatica lascia il segno anche più a valle. Il Po nasce a Pian del Re, a 2.020 metri, e quest’estate ha mostrato una forte sofferenza. Secondo i dati di Arpa Piemonte, alla stazione di Isola Sant’Antonio il deficit di portata è stato del 76%, arrivando al 79% a luglio. Ad agosto, grazie alle precipitazioni, il deficit si è ridotto al 40%.

È proprio il rapporto tra ghiacciai, neve e disponibilità d’acqua uno dei temi centrali della campagna.

«Montagne e pianura condividono lo stesso destino – sottolinea Vanda Bonardo, responsabile nazionale Alpi di Legambiente e presidente di Cipra Italia –. Con l’aumento delle temperature diminuisce la neve, la fusione arriva prima, i ghiacciai perdono massa e cambiano i tempi e i modi in cui l’acqua raggiunge torrenti e fiumi».

Da qui la richiesta di Legambiente di una governance europea della montagna, dei ghiacciai e delle risorse connesse, a partire dall’acqua, accompagnata da politiche strutturali di mitigazione e adattamento alla crisi climatica.

Anche Marco Giardino, vicepresidente della Fondazione Glaciologica Italiana e docente dell’Università di Torino, richiama l’attenzione sulle risorse ancora custodite dall’alta montagna: dal lago Chiaretto ai rock glacier, capaci di immagazzinare acqua in profondità e di rilasciarla anche quando i ghiacciai saranno scomparsi.

A confermare la rapidità dei cambiamenti è Arpa Piemonte. «Si è appena conclusa l’estate più calda in Piemonte di tutta la serie storica, con +3,2 gradi rispetto alla media – evidenzia il direttore generale Secondo Barbero – e i ghiacciai rappresentano uno degli indicatori più evidenti della crisi climatica in corso».

La tappa piemontese, dal 31 agosto al 3 settembre, ha chiuso l’edizione 2026 della Carovana dei ghiacciai, partita il 17 agosto e passata dalla Grande Motte in Francia al Monte Bianco, dai Forni in Lombardia al Montasio in Friuli Venezia Giulia, fino al Monviso. In Piemonte hanno accompagnato la campagna anche i runner Bernard e Martin Dematteis.

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