Venerdì 19 Luglio 2019

Mandoletta Dove il vino racconta il territorio

viticoltori Nel calice una storia che comincia milioni di anni fa quando il Monferrato era un mare

A guardarle da qui le colline del Monferrato sembrano essere eterne. Un infinito susseguirsi di armoniosità che sfumano nel cielo terso di questo bizzarro fine inverno. In cima ad uno di questi morbidi colli, tra Casale, Rosignano e Terruggia, c’è Tenuta Mandoletta, storica residenza estiva dei baroni Vitta oggi dimora dei Bonzano, importante famiglia industriale del Casalese.

In questo locus amoenus, tra le antiche mura ristrutturate e restaurate, tra i giardini curati e una serie di opere d’arte selezionatissime, pochi anni fa è nata l’idea di creare una cantina che sapesse raccontare - scusate il gioco di parole - l’eccellenza con l’eccellenza, il Monferrato con il vino. Così, nel 2017 è stata portata a termine la prima vendemmia della Bonzano Vini, declinata in quattro etichette, espressione del territorio e dell’estro dell’enostar Donato Lanati. Il progetto della famiglia Bonzano - guidato da Simonetta Ghia, dal marito Enrico Bonzano e dai cognati Stefano e Massimo ma al quale partecipano attivamente anche alcuni tra figli e nipoti - ha un ambizioso obiettivo di crescita che si concretizzerà già a partire dalla prossima vendemmia, «rigorosamente - sottolinea Enrico - in cassetta», con l'incremento delle bottiglie prodotte che passeranno dalle 35mila del 2017 a oltre 60mila.

Tra i circa 20 ettari dell’azienda vitivinicola ci accompagna anche l’agronomo Riccardo Canepari, cantiniere della Bonzano Vini. E sono le sue parole a raccontare la filosofia scelta dalla famiglia Bonzano per dare forma all’impresa: «Questo lavoro lo fai bene solo se sei capace di ascoltare i più vecchi. Grazie a loro capisci la terra e capisci le vigne, filare per filare, vite per vite. L’eccellenza che vuole raggiungere la famiglia Bonzano comincia qui, tra le sfumature calcaree della terra, sotto alle fronde delle querce e delle acacie». Una cura per i dettagli e un tentativo di comprendere la scientificità della natura che potrebbero sembrare vezzo ma che vezzo, invece, non sono. Perché in queste vigne conta ancora il mare. Questo dolce ondulìo collinare, milioni di anni fa, era il fondale di un oceano che oggi si può ritrovare nei fossili e nelle variazioni pedologiche. Variazioni che vanno comprese ed interpretate per inseguire l’eccellenza: «Sono anche questi dettagli - spiega Simonetta - che fanno di un vino la voce suadente di un territorio. Sentiamo il bisogno di stimolare la cultura del bere, un processo al quale servono tempo, nuove energie e determinazione per entrare nei singoli pensieri di famiglie e produttori».

«Il Monferrato - demarca Stefano - si vende male. C’è ancora troppa produzione che mira solo alla quantità. Questa terra, invece, se si concentrasse di più sulla qualità, potrebbe fare grandi Barbera e anche grandi bianchi». Una necessità di perfezione che molti mercati richiedono e che - come ha spiegato Enrico - «saranno soddisfatti da altri Paesi, come la Francia, se non ci attrezziamo per farlo noi. Dobbiamo dare contenuto al concetto di Made in Italy».

Un processo che va costruito, perché per ottenere la complessità di un territorio nella semplicità di un calice, serve investire... e tanto. Serve applicare la sperimentazione senza abbandonare la strada della tradizione. Cosa che alla Tenuta Mandoletta hanno cominciato a pensare (e a fare) da tempo.

Alberto Marello

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